Il banchiere-Onassis allievo di Prodi che ha folgorato la Lega

All’Iri con il Professore e poi uomo di Tremonti, il manager bolognese che ama donne e motori alla fine è rimasto solo

«Non vi dico nulla. Solo che è un amico di Romano Prodi». E che «è uno a cui piacciono le donne». Ormai tutti sanno che l’identikit fatto un anno fa da Umberto Bossi per il possibile candidato sindaco di Bologna corrispondeva a Massimo Ponzellini, manager, banchiere, economista. Sessantunanni, facilmente riconoscibile per quegli occhiali con montatura nera squadrata alla Onassis, Ponzellini è personaggio che mescola simpatia, ironia e cultura quasi impareggiabilmente. E unendo le qualità personali a quelle professionali, è arrivato ai vertici del sistema, pronto per nuove avventure, portato in palmo di mano come il manager più tosto tra quelli in quota alla Lega Nord. Poi, improvvisamente le sue quotazioni hanno iniziato a seguire quelle dei Btp, fino alla mazzata di ieri, con la perquisizione e un’accusa di associazione a delinquere.

Allievo di Prodi prima, amico di Tremonti poi, Ponzellini è stato fino a pochi giorni fa presidente della Banca Popolare di Milano ed è tuttora ai vertici di Impregilo, leader tra le imprese di grandi lavori. Ma è stato candidato a mille altri incarichi, tutti a cinque stelle: dal vertice di Mediobanca, a quello delle Poste, al Palazzo d’Accursio di Bologna per l’appunto. Anche perché, da un paio d’anni a questa parte, il suo nome è stato associato a quello della Lega ad ogni piè sospinto. Quando Bossi, nell’estate 2010, reclamava le banche per la Lega, a proposito di Ponzellini e della Pop Milano disse: «Ce lo abbiamo mandato noi, è una bella testa». A Bologna Ponzellini è nato nel 1950 e si è sposato, avendo poi tre figlie. Di famiglia che, sono parole sue, «è sempre stata abituata bene», si è poi ammogliato anche meglio, con la signora del caffè, Maria Segafredo, il cui nome ha tatuato sul braccio sinistro. Segno di un legame forte, mai intaccato seriamente dalla fama di tombeur de femme che lo insegue e che, va detto, il personaggio non fa nulla per mettere a tacere. Completa il quadro la passione per i motori, con vari aneddoti sulle prime Ferrari che guidava già a vent’anni, tra la via Emilia e il mare.

L’inizio è legato all’ambiente del Mulino, di cui il padre Giulio (scomparso in aprile) era stato uno dei fondatori e dove Ponzellini conosce Beniamino Andreatta, i cattolici dossettiani e in particolare il giovane Prodi, che lo prende come assistente al ministero dell’industria nel 1978. La stima del Professore gli apre prima le porte di Nomisma, di cui è direttore generale nel 1981, poi quelle dell’Iri, dove Ponzellini conosce per bene la macchina delle partecipazioni statali da dirigente delle strategie e amministratore nelle partecipate Sofin, Alitalia, Finmeccanica. Con l’uscita di Prodi, esce anche il Ponz, che si trasferisce, nel ’90, con incarichi prestigiosi prima alla Bers poi alla Bei, di cui è vicepresidente fino al 2003.

Sono gli anni della «trasformazione», perché quando torna sulla scena italiana, Ponzellini, nell’Italia bipolare, sceglie l’altro polo. Sotto il secondo governo Berlusconi è Giulio Tremonti a volerlo vicino a sé nella Patrimonio Spa, una sorta di fondo immobiliare pubblico che però non decolla mai. Allora è la volta del Poligrafico dello Stato, dove però nel 2006, con il ritorno di Prodi a Palazzo Chigi, Ponzellini deve sloggiare. Ed è in quell’occasione che Silvio Sircana ci tiene a prendere le distanze dall’ex pupillo di Prodi, misconoscendo ogni «vicinanza», e parlando semmai di «vicinato», relativamente alle abitazioni bolognesi dei due ex amici.

Il ritorno del Cav nel 2008 corrisponde alla ripresa delle quotazioni di Ponzellini, ormai considerato uno degli uomini del sempre più emergente Tremonti. Ma qui il giocattolo si rompe, un po’ come tanti pezzi e tanti rapporti all’interno della maggioranza. Né aiuta il terremoto esploso al Ministero dell’Economia con l’inchiesta che ha travolto l’ex sottosegretario Marco Milanese. Fatto sta che i rapporti con Tremonti non sono più gli stessi.

Quando poi, in estate, deflagra la crisi della Popolare di Milano, in una battaglia che è stata soprattutto di potere, Ponzellini appare più isolato che mai sotto attacco della Banca d’Italia. La sua leggerezza nell’affrontare problemi complessi, apparentemente ai limiti della superficialità, non lo aiuta più a superare situazioni troppo intricate. E alla fine è costretto a cedere. Ma il peggio doveva ancora arrivare.