In banchina la posta «attracca» quando capita

(...) Il primo caso clamoroso riguarda appunto un’inchiesta penale in corso. È quella relativa alla sparizione delle storiche bitte in ghisa dalle banchine. Un’inchiesta che il Giornale ha anticipato nel luglio scorso e che, dopo il consueto periodo di decantazione della notizia, un altro quotidiano locale ha rilanciato. I carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Artistico stanno cercando di capire come pezzi tutelati dalla Soprintendenza, quali appunto le bitte storiche in via di estinzione, siano sparite al termine di lavori di ristrutturazione. I militari hanno compiuto accertamenti e ascoltati funzionari. All’Autorità portuale hanno chiesto delucidazioni mettendo in moto una sorta di inchiesta interna. Il direttore dei lavori ha dovuto relazionare ai suoi superiori, spiegando, con nota del 7 aprile 2010, protocollata con il numero 488, che «l’impresa esecutrice dei lavori ha provveduto, successivamente alla rimozione, ad allontanare i residui stessi con le modalità indicate nella nota in data 6 aprile 2010 di cui si allega copia». E quella nota, scritta su carta intestata della ditta, chiarisce che «i residui ferrosi provenienti da vari cantieri, sono stati venduti come materia prima alla ditta (...) con nostra fattura n.200 del 30/11/2006. Si dichiara inoltre che in tali residui vi erano anche resti di bitte provenienti da cantieri portuali». In sostanza, le bitte sono state vendute alla luce del sole, con tanto di fattura.
Però non si potevano vendere. E allora? Allora in un’altra versione della lettera del 7 aprile 2010 protocollata al numero 488, lo stesso direttore dei lavori firma questa versione: «Confermando che le bitte sostituite risultavano già fratturate e quindi inutilizzabili, si precisa che l’allontanamento operato dall’impresa è stato eseguito, come contemplato dal capitolo speciale d’appalto che prevede, per i materiali non riutilizzabili la separazione dei detriti di calcestruzzo da quelli ferrosi, l’impresa provveda, a propria cura e spese, al trasporto a siti previsti per le specifiche tipologie dei materiali». E da questa lettera sparisce ogni riferimento all’allegato, cioè alla nota della ditta. Quale delle due lettere n.488, che dicono cose diverse, è stata spedita ai carabinieri che indagano? Probabilmente gli inquirenti hanno tutte e due le versioni, ma solo perché ne sono entrati comunque in possesso. Ed è anche assai plausibile che la magistratura, informata della cosa, possa chiedere spiegazioni, cercando di risalire a chi e perché possa aver disposto la stesura di due lettere diverse con stesso protocollo. Tantopiù che attualmente in Autorità Portuale l’ufficio protocollo attribuisce alle lettere strade diverse, tanto che, ad esempio la presidenza non «vede» più la posta relativa alla direzione tecnica.
Quantomeno «insolita» è invece una comunicazione interna via mail fatta tra dipendenti dell’Autorità portuale a proposito di una «raccomandata a mano» inviata da una ditta per il «Recupero funzionale di Calata Oli Minerali e ampliamento di Calata Bettolo». Riguarda la seconda fase dei dragaggi nel canale di accesso al Porto Petroli. La ditta, «su gentile richiesta» dell’Autorità Portuale fa avere un preventivo per un «maggiore importo di 2.774.362,96 euro». Il fatto è che il giorno 26 maggio 2010 alle 8.34, da un ufficio parte una richiesta ad un altro ufficio dell’Autorità Portuale con un testo molto sintetico: «Il documento in allegato deve diventare il n.9781 del 23.04.2010». Cioè di un mese prima. E il documento, che era una raccomandata a mano, diventata allegato di una mail, effettivamente risulta registrato a quel numero di protocollo in data 23 aprile (sul testo della mail stampato, qualcuno a mano ha scritto «fatto, avvertire APP»). Eppure, evidentemente, il 26 maggio non lo era ancora. Perché? Giusto attendere la risposta dall’Autorità Portuale.