Il Banco che vuole vincere alla roulette giudiziaria

I dipendenti e i correntisti dello storico istituto chiavarese seguono le inchieste su Fiorani e Bpi sperando in un ritorno al passato

Diego Pistacchi

Quell’insegna verde ancora accesa è la notizia più incredibile. Tre anni di brutte sorprese, eppure il Banco di Chiavari continua ad avere i suoi clienti, i suoi correntisti affezionati. Che magari si presentano alla cassa, mugugnano, chiedono spiegazioni, scrollano la testa, minacciano di cambiare banca e alla fine, in molti casi, restano fedeli alla tradizione. Il ciclone-Fiorani sembra persino quello più facile da superare per chi, a Genova, in Liguria, ha dovuto combattere con i 50 o 100 euro «prelevati» dal conto corrente a sorpresa e restituiti con tante scuse a chi ne faceva richiesta. O per chi si è visto cambiare il numero di conto corrente senza neppure esserne informato. O ancora per chi, abituato a essere coccolato in filiale come e più che dal parrucchiere di fiducia, si è sentito trattare male da un accento foresto che rompeva troppo con il solito tran tran. Anzi, proprio queste ultime «novità» sono state quelle più dure da digerire, specie per quei vecchi clienti che almeno due mattine alla settimana si mettevano in coda per andare a parlare col bancario-amico per avere un consiglio, puntualmente non seguito pur di non abbandonare i Bot, su come investire duemila euro e guadagnare il 16 per cento in tre mesi.
Scene sulle quali qualsiasi dipendente del Banco di Chiavari potrebbe raccontare migliaia di varianti, anche perché se c’era un ordine chiaro della vecchia direzione era proprio quello di non dare mai al cliente l’impressione di avere poca considerazione delle sue richieste. Scene che però da tre anni, da quel 2002 che vide la scalata dell’allora Banca popolare di Lodi e l’arrivo di un nuovo «management» lombardo, non si notano più nelle filiali e che qualche malumore lo hanno portato. L’arresto di Gianpiero Fiorani sì, certo, qualche preoccupazione l’ha regalata. Ma non è difficile credere che molti liguri di quelli rimasti nonostante tutto al «Banco» neppure sanno che Fiorani significa Banca Popolare Italiana, cioè l’ex Popolare di Lodi, capogruppo del Rivierbanco. Troppi passaggi prima di capire che il banchiere al centro del terremoto politico-finanziario è in fondo il padrone delle insegne verdi. Ci sono ovviamente anche molti correntisti che queste cose le sanno bene, magari anche perché si sono confrontati con qualche cassiere pronto a raccogliere come una volta il loro mugugno e a confidare qualche «segreto» che circola dietro lo sportello. E, c’è da scommettere, per qualcuno la notizia non dev’essere stata neppure poi tanto negativa. Perché la speranza in fondo non era mai morta, l’idea che la gestione Bpi prima o poi dovesse finire era un auspicio. E le voci che si rincorrono proprio in questi giorni su una possibile cessione del Banco a un altro gruppo vengono viste con fiducia.
I rumors danno per possibile una scalata guidata dal Monte dei Paschi di Siena, altro colosso del credito che in Liguria vorrebbe fare concorrenza a chi da qualche anno si è già inserito sul mercato. Sarebbe un nuovo cambio di filosofia, sia per i dipendenti sia per i clienti, ma sui benefici che il nuovo assetto potrebbe portare è quantomai prematuro fare previsioni. Anche perché il vecchio Banco di Chiavari e della Riviera Ligure non sarebbe comunque più quello. La direzione di via Dall’Orso a Chiavari resterebbe una succursale. E difficilmente i vecchi banconi in mogano tornerebbero al loro posto nelle filiali che fanno di tutto per sembrare ipertecnologiche e bellissime agli occhi di chi è sempre rimasto fedele solo per una questione di tradizione. Ora che il ciclone-Fiorani ha scosso il Banco anche il sindaco di Genova Giuseppe Pericu, rispondendo a un ordine del giorno dei Comunisti Italiani, ha invitato a non confondere «l'atteggiamento scorretto del singolo, di una persona, sia pura ai massimi livelli dirigenziali, con l'intero istituto bancario». Insomma, a guardare quelle insegne verdi ancora accese.