Il banco dell’Unione rischia di saltare al Senato

Caldarola: «A sinistra c’è un modo di procedere sbagliato. Rischiamo l’impasse»

Marianna Bartoccelli

da Roma

Potrebbe sembrare una questione tra democristiani: Franco Marini, oggi della Margherita, da un lato, voluto da Prodi per presiedere il Senato e Giulio Andreotti, icona della storia democristiana, dall’altro, sostenuto dal centrodestra per stoppare la presidenza Marini.
Ma è diventata invece la partita decisiva del governo Prodi: se salta l’elezione del senatore della Margherita significa infatti che la maggioranza, decisamente risicata, proprio non ce la fa. Quindi si potrebbe rimettere in discussione tutto. L’allarme (o la minaccia?)arriva da Beppe Fioroni, mariniano di ferro della Margherita, per il quale «è il primo vero test per affrontare poi, con energie rafforzate, la formazione di governo». Come a dire prima vediamo se Marini viene eletto e se la maggioranza risulta compatta, poi si farà il governo. Non è il solo che a sinistra mette in discussione l’esito della decisione di Prodi per il Senato.
Anche Peppino Caldarola, deputato diesse, molto legato a D’Alema, afferma che il problema principale non sono i numeri ma «un modo di procedere tutto interno alla sinistra che non fa altro che aumentare l’impasse al Senato». Caldarola rimprovera alla sua coalizione il ricorso alle «trattative private» che non risolvono nulla: «Le vicende istituzionali si risolvono con un progetto più largo e di ampio respiro» - sottolinea, invitando «chi guida la coalizione» a discutere con il senatore a vita Giulio Andreotti e con chi lo sponsorizza a presidente. I numeri sono quelli che sono e la differenza risicatissima rende la situazione assolutamente precaria. Ma secondo Caldarola la strada maestra per «sventare» l’ipotesi di una alternativa a Marini è quella di trattare apertamente con Andreotti e i suoi sostenitori. «Serve una guida politica chiara e forte - ribatte il diessino - per affrontare una situazione così ingarbugliata»
Vuoi per il modo di portare avanti le trattative, come accusa Caldarola, vuoi perché la maggioranza al Senato è proprio risicata, la candidatura Andreotti trova numerosi fan entusiasti: non soltanto a destra, ma sembrano attratti anche alcuni vecchi democristiani che hanno trovato casa a sinistra e in particolare nell’Udeur. Lo stesso Clemente Mastella polemizza con le scelte dell’Unione e in particolare con i Ds, e sottolinea che «la coalizione va sempre più a sinistra e che all’interno di questa coalizione noi del centro siamo sempre più simili alle ombre dantesche». Il leader dell’Udeur denunzia che «il corpo del Centro è sempre più altrove. Senza gesti significativi la fine arriverà prima dell’inizio e non certo per colpa nostra».
Quella di Andreotti è diventata una candidatura di cui comunque tutti parlano, soprattutto dopo che il senatore a vita, invece di rifiutare, ha detto che quest’ipotesi potrebbe concretizzarsi solo se significasse una possibilità al dialogo: «Mi piacerebbe che sul mio nome ci fosse un accordo esteso, che deve essere la base di partenza per superare questa specie di muraglia che si è creata tra i due schieramenti». Tutta la Cdl ha dato l’ok alla proposta : per Forza Italia si tratta di una scelta che servirà a mettere nero su bianco che il «paese è spaccato» e per il coordinatore azzurro Fabrizio Cicchitto, Andreotti è «il centro del centro» e come tale può unificare le due Italie.
Anche Alleanza Nazionale ritiene significativa la candidatura di Andreotti. «Assume un significato particolare che non sfugge a nessuno», è il si convinto del senatore Domenico Nania. E Giorgio La Malfa invita il centrosinistra a «comprendere il significato positivo di una elezione a larga maggioranza di una personalità di tale spessore per l’avvio di una legislatura molto difficile».
Moderato nei toni ma altrettanto convinto dell’ipotesi Andreotti è il presidente uscente alla Camera. «Può essere una soluzione importante ma non è una soluzione di parte - sottolinea Pierferdinando Casini -. Non rappresenta una candidatura di centrodestra anche perché Andreotti non ha mai votato per il governo Berlusconi. In un momento difficile per le istituzioni può rappresentare una scelta super partes».