La band di Bono colonizza la classifica: otto cd nei primi 100

Al decimo posto l’ultimo uscito, al 95° il penultimo, in mezzo altri sei titoli: la popolarità del leader e la recente tournée incrementano le vendite in un mercato asfittico

Paolo Giordano

Va bene che fin lì si arriva solo se capita. Fino al centesimo posto, s’intende, perché suvvia la classifica è come i gran premi: si guarda solo per vedere chi vince o, se corre Schumacher, per sapere se ha perso. Tutt’al più, se proprio si deve, ci si ferma ai primi dieci di quell’elenco di cantanti che Luttazzi – Lelio, non Daniele - leggeva con l’aplomb di un lord. Ma anche qui dov’è la notizia: il nuovo ciddì degli U2 How to dismantle an atomic bomb è al decimo posto (nuovo si fa per dire perché è uscito dieci mesi fa, cosa che per la hit parade è un tempo lungo come una pausa di Celentano) e d’altronde loro sono appena venuti a suonare in Italia, ne ha parlato anche Famiglia Cristiana, poi Bono qui Bono là, insomma li hanno piazzati anche nei titoli del tiggì e per forza alla fine la gente compra. Il bello viene dopo, quando si va giù lentamente, si scorre posto dopo posto e si capisce che la notizia è qui: gli U2 hanno otto dei loro tredici album tra i primi cento in classifica, in pratica hanno colonizzato la hit parade italiana, da soli valgono quasi un decimo del nostro mercato e neanche i Beatles ce l’hanno mai fatta. Certo, Vasco Rossi ci è andato vicino (quota sei) ma Vasco è Vasco e soprattutto ha pubblicato più greatest hits/compilation/raccolte lui di Fausto Papetti ai bei tempi. Insomma, quatti quatti gli U2 hanno fatto un record di quelli che innanzitutto bisogna mettere i puntini sulle i. D’accordo è piena estate, le classifiche non sono aggiornate e non esce un nuovo ciddì neanche a pagarlo. E va bene che, in Italia soprattutto, in classifica ormai si va con poche copie vendute perché ci sono le copie taroccate e soprattutto il peer to peer e quindi al ventiduesimo posto trovi persino Gigi Finizio. Però otto. Però tutti in una volta. Al novantaduesimo posto gli U2 hanno piazzato persino l’album War che, per capire quant’è vecchio, è dell’anno in cui Pupo cantava Cieli azzurri, al Festival c’era Fra Cionfoli, insomma era l’83 di Bono coi capelli lunghi e i tacchi, del suo gruppo irlandese che cantava Sunday bloody Sunday persino a noi che dell’Ira, di bombe e dei tredici morti di Derry non sapevamo nulla. Anche se la musica è più che altro divertimento pure per chi la trasforma in un manganello politico, stavolta otto album in classifica dicono che gli U2 sono forse il più grande gruppo rock di sempre e lo sono perché non hanno barriere, anagrafiche o ideologiche. Chi aveva vent’anni comprò War allora e perciò adesso lo prende chi nell’83 magari non era neanche nato ma in quel bassochitarrabatteria pieno di rabbia positiva trova lo slancio utopico e creativo che ormai scordiamocelo. Sarà forse utopia il rap? Nel 2027 qualcuno comprerà un ciddì di Busta Rhymes? Come sempre succede all’arte, sopravvive solo quella che non è di parte e gli U2 sono l’unico gruppo diciamo così impegnato che non è di destra o di sinistra, va oltre, è a suo modo terzista. Bono si siede a colazione con Bush, The Edge non è d’accordo e molti fans neppure, ma il gruppo continua, il gruppo coesiste proprio come l’imperativo dell’ultima tournée: «Coexist». Non è mai stato così. Il rock o era sesso e droga oppure politica, ma sempre come la falange macedone: impossibile la diversità di vedute, vi immaginate un salutista tra i Rolling Stones o un conservatore nella band di Bob Dylan? In questa «multivocalità» ideologica allora c’è il segreto per colonizzare una hit parade senza che gli uffici marketing muovano un dito o che ci sia il traino radiofonico di qualche singolo da canticchiare. E forse per questo, tra i candidati al Nobel per la pace che aspettano l’annuncio di inizio ottobre, molti hanno infilato anche Bono. Non è lui il candidato, o la sua voce. È ciò che rappresenta. Che finisce in classifica anzi che la domina perché oggi è più attuale di vent’anni fa.