Una band con quattro leader (a tempo)

Paolo Giordano

Ascoltarli sì, ma dopo. Per capirli meglio basterebbe aspettarli un giorno, un giorno qualunque, e vederli entrare in Hanover Quay, gli studioli di Dublino dove gli U2 si trovano per ritrovarsi e, casomai, comporre nuova musica. Bono sempre in nero, proprio come sulla copertina di Time: «Può Bono salvare il mondo?». Adam Clayton coi capelli a spazzola finalmente grigi ma occhiali o scarpe o orologi coloratissimi. The Edge modello barbone con gli stessi jeans del liceo e naturalmente cloche scura pigiata in testa. Larry Mullen zitto, l’unico rumore di solito è quello della sua Harley Davidson. Così dice chi li conosce, così erano anche ieri sera a San Siro: diversi tra loro. Il manuale di sopravvivenza dentro la più grande rock band del mondo è presto riassunto da Brian Eno, che degli U2 è lo zio saggio: «Bisognerebbe insegnare a scuola il loro modo di convivere, e la loro armonia». In più di vent’anni, da quella foto di Atlanta nell’81 con Clayton che ha ancora i capelli e The Edge che li fa ancora vedere fino a quella memorabile passeggiata di Bono verso lo studio ovale della Casa Bianca nel 2002, gli U2 sono rimasti sempre gli stessi e il loro è stato come un matrimonio di vecchi irlandesi: va bene darsele di santa ragione ma - damn it! - siamo pur sempre una famiglia. «Segui il tuo cuore» disse Bono a The Edge che stava per scegliere il gruppo cristiano Shalom e mollare gli U2 prima dell’album War. «È stata solo colpa mia» ha ammesso Adam Clayton dopo essere stato pizzicato con un po’ di marijuana e aver pure pagato una bella cauzione per non finire in galera e sconquassare la tournèe. «Ho bevuto molto e per molto tempo e ho anche strapazzato i nervi a mia moglie» ha detto Bono, che ora nei camerini vuole solo acqua o thè e non più lo champagne di cui si ingozzava ai tempi di Rattle and hum. Larry, l’acuto Larry Mullen, dopo aver lavorato per un anno al nuovo disco nel 2003 se ne è uscito con un «le canzoni di Bono non mi piacciono, ricominciamo da capo» che avrebbe sfasciato anche un matrimonio irlandese non fosse che «noi siamo una democrazia, ma a volte anche una benevola dittatura».
E il turn over della dittatura è l’elisir di lunga vita degli U2: democraticamente eletto, il dittatore viene autoritariamente sostituito con l’ineffabile precisione di un metronomo di sopravvivenza. Dopo l’annacquato Pop del 1997, The Edge pretese di alzare il volume della sua chitarra e gli U2 hanno subito registrato un disco rock (All that you can’t leave behind nel 2000) e uno rock’n’roll (How to dismantle an atomic bomb). E dopo essersi fatto in due per un decennio tra rock e «politic», il Bono di ieri sera era finalmente tutti e due insieme, il portavoce della rock politic, della capacità «di non essere indifferente pur avendo un ideale». Per la prima volta, il tour degli U2 è il tour di Bono, il gruppo sopporta il leader che supporta la campagna Make poverty history. «Ha indubbiamente cambiato le nostre dinamiche», dicono loro. Solo una volta hanno rischiato di non accettare il cambiamento, quando, durante il Live Aid dell’85, Bono si calò improvvisamente dal palco e scorrazzò ai bordi della prima fila sui suoi stivaletti col tacco mentre gli altri continuavano a suonare guardandosi allibiti. «Non se lo aspettavano, dopo litigammo davvero». Poi seguirono il cuore e gli U2 seguirono la vecchia regola irlandese che, damn it!, siamo pur sempre una famiglia.