«La banda Baader Meinhof», un film d’azione senza complessi

La vecchia Europa non molla e, recessione o no, è forte abbastanza per tirar fuori le sue più marce radici, mettendole al sole d’autunno, magari seccassero per bene. Così ieri è toccato alla Germania, tutt’altro che pallida madre, di recente, con un’ondata di film notevoli (da La vita degli altri, sulla disciolta Ddr a Nuvola nove, sugli amori senili), presentare La banda Baader Meinhof di Uli Edel (dal 31), titolo di spicco nel Festival romano al decollo. Il tutto mentre gli studenti contestatori cercavano di entrare nell’auditorium. «Non è un film psicanalitico, ma fattivo», attacca il produttore e sceneggiatore Bernd Eichinger, sentendo le critiche alla ricostruzione della storia di Andreas Baader (Moritz Bleibtreu), Ulrike Meinhof (la brava Martina Gedeck, presto nei panni d’una mamma siciliana nella commedia di Terracciano Tris di donne e abiti nuziali, con Sergio Castellitto) e Gudrun Ensslin (Johanna Wokalek), negli anni Settanta di piombo riuniti nel patto eversivo della Rote Armee Fraktion (Frazione dell’Armata Rossa), quella Raf che tra il '68 e il '77 seminò morte e disperazione nella giovane Repubblica federale tedesca. Questo «action movie» dell’autore di Cristiane F., s’ispira al libro di Stefan Aust (già firma del settimanale Der Spiegel) Il complesso Baader Meinhof, come suona l’originario titolo tedesco. A ribadire come convenga dissipare l’aura di fascinazione, con relativo «complesso» di complicità sottesa, che promana da quella sanguinosa pagina di storia. «Volevo narrare la storia di tre persone che intendevano cambiare il mondo, dandole un taglio moderno, oltre la fascinazione. Il mio è un film generazionale e potevo farlo solo io, che ricordo l’euforia dei giorni in cui, studente, ascoltavo i discorsi di Rudi Dutschke, protestando contro la guerra in Vietnam», spiega Edel, vestito da «Revoluzzer», bomber logoro, jeans e stivaletti compresi. E se l’idealizzazione è bandita, auspicato è il rendiconto col passato che dovrebbe passare. «Nei primi dieci giorni, il film ha incassato un milione di euro, mentre padri e figli si son trovati a discutere di terrorismo, come testimoniano le lettere che ricevo», prosegue Edel, che non ha trovato disdicevole partecipare al party dell’ambasciata della Bundesrepublik in onore del nuovo cinema germanico. Dal canto suo, Martina Gedeck ha letto molto, per incarnare la giornalista di sinistra Ulrike Meinhof, qui in azioni di commando militare (la Raf si addestrava in Giordania, da Al Fatah) e ha visto le trasmissioni, dove la Meinhof era invitata, come giornalista. Nel ruolo del cacciatore di terroristi figura Bruno Ganz, perfetto come l’ossessivo superpoliziotto Horst Herold.
E su un analogo terreno ieri è sceso anche Schattenwelt (Mondo d’ombre), drammatico film di Connie Walther, con i convincenti Tatja Seibt, Uwe Kockisch e Christoph Bach in una vicenda familiare a noi italiani: che fare degli ex terroristi? «Le onde lunghe del passato non ricadano sul presente», ha detto la regista. Ma quale giustizia per le vittime? E anche qui, la Walther ha piazzato uno slogan: «Volevamo soltanto raccontare una storia, con un tema universale».