La Banda della Magliana: capitolo non ancora chiuso

Una betoniera che nessuno ha mai controllato. Quelli della Magliana ci avrebbero «impastato» il cadavere di Emanuela Orlandi. Peccato che nessuno ha mai pensato di sequestrarla, come racconta Leonardo Bianco, proprietario del mezzo parcheggiato per 25 anni su una strada di Torvaianica. Un epilogo angosciante, raccontato per filo e per segno da una testimone d’eccezione, Sabrina Minardi, ex moglie del calciatore Bruno Giordano, nonché la donna di «Renatino», al secolo Enrico de’ Pedis. Un capo, il numero uno dei «testaccini», ma soprattutto l’uomo indicato come il rapitore della quindicenne cittadina vaticana. Uno che con gli alti prelati manteneva ottimi rapporti tanto da essere sepolto a Sant’Apollinare, tra papi e cardinali.
Quello della Orlandi è solo uno dei tanti misteri, ovviamente insoluti, che ruotano attorno al gruppo criminale più spietato degli ultimi decenni. Un sequestro anomalo per molti, ma che per quanti conoscono la gang di Renatino e compagni nemmeno tanto. Un prestito di 20 miliardi di lire ceduto allo Ior di monsignor Paul Marcinkus per finanziare sottobanco la causa polacca di Solidarnosc, sostiene il magistrato Rosario Priore. Denaro mai restituito alla banda. Motivo sufficiente per un ricatto facile facile: tenere in ostaggio una ragazzina in un sotterraneo al Gianicolense, fino alla decisione di eliminarla e farla sparire per sempre. Magari dopo una «abbuffata» da Pippo l’Abruzzese, sul lungomare.
Una storia di sangue, quella legata al «negro», Franco Giuseppucci, trucidato a piazza San Cosimato per vendicare la morte del capo paranza sulle scommesse a Tor di Valle, Franco Nicolini «Franchino er criminale». Soprattutto un’epopea di gente senza pietà, che non ha mai smesso di fare affari con mafia e camorra. Tre omicidi eccellenti di uomini cresciuti all’ombra di Abbruciati riaprono, nel 2002, ogni questione chiusa in troppa fretta. Tra metà ottobre e fine novembre finiscono ammazzati uno dopo l’altro Paolo Frau, «Chicco» Rosario Lauricella, Michele Settanni. Per chiarire che la banda della Magliana è ancora viva, tanto da spaventare nuovi arrivati sulla piazza della capitale e vecchi nemici. Una holding del crimine perfettamente funzionante.
È anche la tesi dell’ultimo lavoro sulla banda della Magliana, «Mai Ci Fu Pietà», della collega Angela Camuso, una nerista scrupolosa che non risparmia niente e nessuno per raccontare, senza retorica e censure, fatti e misfatti della Magliana. Un libro che, come pochi, si basa su migliaia di atti giudiziari, informative riservate, verbali di centinaia di protagonisti o, comunque, legati a doppio filo con il gruppo di fuoco della capitale. «La mia idea - spiega l’autrice - era quella di raccontare la storia vera di questa banda con un linguaggio semplice e far capire anche come non si possa dire definitivamente la parola fine a questo capitolo». «Molti non hanno la percezione di ciò che fu la banda della Magliana - interviene il questore di Latina Nicolò D’Angelo - una vera e propria agenzia del crimine. Quel che non mi torna dopo tutti questi anni è il non aver riconosciuto ai criminali il reato 416/bis, associazione mafiosa. Questo significa o non aver letto o non aver voluto leggere».
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