Le bande dei romeni: 15 anni di escalation

Francesco Bardaro Grella

Al Mosè di Michelangelo manca solo la parola, ma se l’avesse potrebbe essere lui a raccontare questa storia. Una mattina come tante altre la chiesa di San Pietro in Vincoli è affollata di turisti. Una bella automobile si ferma davanti alle scale della basilica e un gruppo di otto persone scende: gli uomini ben vestiti e curati, completo scuro e cravatta, le donne bellissime. Turisti di élite che forse dopo una riunione di affari scelgono di visitare il Mosè, deve pensare chi li osserva distrattamente. Ma se qualcuno li guardasse con più attenzione, come forse solo il Mosè potrebbe fare, scoprirebbe la vera identità di quelle persone tanto distinte.
Già, perché gli uomini con la scusa di una informazione, le donne attirando su di sé gli sguardi di quelli più fragili alla tentazione, stanno lavorando. Un lavoro ben fatto: i portafogli gonfi di banconote scivolano impalpabilmente nelle tasche di chi proprietario non lo è. Un ultimo sguardo alla basilica e via di nuovo in macchina. Un borseggio in piena regola, sotto gli occhi del Mosè che e l’unico a esserne stato il testimone. D’altronde, chi avrebbe mai sospettato di persone così distinte?
La scena sopra descritta si colloca attorno al 1991 e racconta degli esordi delle bande di romeni che scippano e borseggiano in giro per Roma. Timidi segnali di un’escalation che ha portato, nel giro di una quindicina di anni, i romeni a conquistare quasi il monopolio della microcriminalità a Roma.
Ovviamente le principali vittime di queste bande sono i facoltosi turisti, meglio se stranieri. Oltre a San Pietro in Vincoli, i soliti ben vestiti frequentano anche le principali basiliche romane, i siti archeologici, la Bocca della Verità, insomma tutti quei posti in cui si trovano ignari turisti distratti dalle bellezze romane, ma con i portafogli ben forniti. Erano e sono tutt’oggi solo i portafogli che interessano ai nostri rumeni. Telecamere e macchine fotografiche erano e anche qui rimangono specialità di nordafricani e sudamericani.
La storia dei distinti borseggiatori romeni che abbiamo raccontato all’inizio finisce abbastanza presto con l’arresto di tutti e otto i componenti della banda da parte dei carabinieri del commissariato di piazza Venezia. Ma non finisce qui la storia, anzi le storie, di borseggi. Come la storia dei falsi poliziotti, che è andata avanti per molti anni e di cui, a volte, si sente ancora parlare. Stesso copione, bella macchina, due uomini e una donna ben vestiti e una quarta persona, di cui per adesso non sveliamo l’identità. Cambia però lo scenario: siamo di fronte alla Fao. E si aggiunge un particolare: falsi tesserini da poliziotti. Funzionari, se non addirittura ministri, di qualche lontano paese, escono dal palazzo di marmo bianco contornato di bandiere, magari per godersi frettolosamente le bellezze della Roma imperiale. Con in tasca il portafoglio gonfio per acquistare un Colosseo di gesso, un foulard o magari un abito di Valentino da portare a casa. Si accosta una macchina blu e ne escono due distinti signori. Dicono di essere poliziotti e mostrano i tesserini (falsi). «Controllo di polizia, avete droga o armi con voi? Documenti prego, consegnate i portafogli per una ispezione», si sente dire il ministro dell’interno del Burundi, o un funzionario del ministero giapponese. Gli ignari consegnano per i controlli richiesti i portafogli ai presunti poliziotti che, prontamente e senza farsi vedere, li svuotano di contanti e carte di credito. «Tutto a posto, può andare grazie», si sente dire il proconsole della Bolivia che si allontana sereno e ignaro di essere di molto più leggero.
Altro giro, altro trucco. Una variante del precedente raggiro prevede che al posto della scusa dei falsi controlli, i due poliziotti (sempre rigorosamente falsi) mostrino una donna seduta nel sedile posteriore della macchina blu. «È stata scippata, favorite i documenti per il riconoscimento. Sono loro signorina?». La signorina nega. «Bene potete andare», tagliano corto gli agenti. Che nel frattempo hanno accuratamente svuotato il portafogli mostrato loro dal malcapitato. Gli agenti risalgono in macchina e l’auto blu riparte. Dal bagagliaio, spazioso e comunicante con i sedili, spunta un bambino che si siede accanto alla donna. E la pattuglia di poliziotti in servizio si trasforma in una innocua famigliola, che nessuno fermerebbe mai. Ancora oggi il trucco dei falsi poliziotti è usato. Ma più spesso i romeni, abilissimi in leggerezza di mani, alleggeriscono i passanti aprendo zaini o borsette oppure inserendo direttamente le mani nelle tasche degli altri. Il tutto senza farsi scoprire.
Sono le cifre a parlare. Sui 32mila borseggi fatti a Roma nel 2001, ultimo anno del quale si possiedono dati,la maggior parte sono stati eseguiti da romeni. Del resto, non è difficile comprendere il perché di questa sgradevole specializzazione. Sono simili a noi italiani, hanno la pelle chiara. Insomma non sono vittime di quel razzismo latente per cui ci si mette sulla difensiva non appena si vede un volto con la carnagione differente dalla nostra. E poi sono ben vestiti, distinti e puliti. A volte parlano anche un buon italiano. Insomma gente a prima vista per bene. Soprattutto, gente che passa inosservata.
Le bande di romeni negli ultimi tempi si sono specializzati anche nei «colpi» tecnologici: clonano bancomat e carte di credito, riescono, grazie a telecamere nascoste, a scoprire i codici digitati agli sportelli per prelevare contanti. Come fanno? Semplice: nascondono sopra al bancomat micro-telecamere inserite in un piccolo tubo. Lì le lasciano per un po’ di tempo riuscendo a filmare e registrare molti codici segreti. Clonare un bancomat è un gioco da ragazzi (sempre per loro) e con il pin rubato i malviventi fanno la spesa e comprare televisori e pellicce.
Ovviamente non si può generalizzare. Secondo gli ultimi dati disponibili la comunità di immigrati romeni è la più grande tra quelle che risiedono nella capitale. Quasi 60mila secondo la Caritas, di cui la stragrande maggioranza vive nel centro storico. Tra di loro ovviamente quelli che hanno scelto la strada del crimine è una piccola minoranza. Che però si dà molto da fare. Sempre secondo dati Caritas i romeni sono secondi solo ai cinesi come titolari di azienda nella capitale.
Ma torniamo alla microcriminalità. Ormai travestimenti e tecnologie sofisticate non sono più il «core business» delle bande dei romeni. Che hanno «messo in affari» anche i bambini. I quali vengono mandati per strada a «prelevare» i portafogli, che poi consegnano ai più grandi. Il motivo è presto detto: i baby-borseggiatori, se catturati, finiscono in centri di accoglienza da cui riescono presto a fuggire. Per tornare al loro lavoro.