Da bandiera rossa al tappeto rosso: Benigni è una metafora del Pd

L’ex folletto comunista che non risparmiava i dirigenti del Pci è stato fagocitato dal sistema. Sfila per gli Oscar, firma contratti americani e non &quot;spara&quot; più su nessuno. Una parabola che è anche il simbolo dei democratici<br />

Roma - «Robberto!!! Robbèèèrto!!!», e Roberto fu. Adesso Robbèèèrto! torna. Roberto Benigni, l’ex figlio delle case del popolo, «il piccolo diavolo» arrivato trionfalmente all’Oscar, benedetto dalla sua madrina Sofia, proprio quella Loren che gridava il suo nome con cadenza campana, bigliettino svolazzante e vocali aperte in una indimenticabile notte americana. Adesso Robbèèèrto! torna alla festa dell’Unità, arruolato nel cartellone per un colpo d’ala (e di calciomercato) di Lino Paganelli - l’attuale responsabile feste del partito -, l’ultimo dirigente del Pd che sembra ricordarsi come si facevano le cose una volta, quando le feste nazionali funzionavano meglio dei programmi spaziali sovietici. Benigni è stato arruolato, farà spettacolo - non c’è dubbio -, ma torna da vip, e non da figlio del popolo. Torna sapendo che da quelle parti non c’è più nessun leader da prendere in braccio, e se per caso solo gli passasse per la testa di esercitarsi con uno degli attuali contendenti alla guida del Pd non ci riuscirebbe, perché quelli pesano troppo, il colpo della strega e i postumi scoliotici sarebbero assicurati.
Però, solo l’idea della comparazione fra gli abbracci di oggi e quelli di ieri, suggerisce paradossi terrificanti: Berlinguer fu il più corporeamente leggero tra i leader politicamente più pesanti; i leader della sinistra postcomunista e postdemocristiana sono tendenzialmente corpulenti, ma politicamente leggerissimi, i loro nomi tendono al diminutivo, come nel caso di Franceschini, Fassino e Rutelli. L’abbraccio di Benigni a Enrico Berlinguer, in quell’indimenticabile festa in cui Walter Veltroni era ancora giovane e magro, immortalato sullo sfondo, fu la trasfigurazione quasi perfetta di una lezione di Italo Calvino sulla leggerezza. L’abbraccio a Mastella fu invece la ripetizione farsesca di un gesto elegante, la fine di un modulo comunicativo, un ritorno malinconico e crepuscolare. In realtà Benigni vive questa contraddizione: è diventato grande perché era il cantore di una poetica di partito ed espressione incarnata di un geniale e irriverente sentimento di comicità toscana che non conosceva limiti né censure. Tutti ricordiamo i suoi appellativi irriverenti al Papa - il mitico «Wojtylaccio!» - che un tempo erano sospetti di blasfemia e oggi - grazie alla distanza di un secolo - ci sembrano affettuosamente apologetici. Benigni è nato come un folletto comunista e antisistema, ed è diventato una rockstar buonista e filosistema. Se oggi volesse rigenerarci dovrebbe sparare a palle incatenate su Ratzinger e sui dirigenti del Pd, sui sindaci democratici che patrocinano le ronde, sui consiglieri regionali che firmano le mozioni contro i presidi del Sud, sui rappresentanti del centrosinistra che nel Lazio non sottoscrivono l’ordine del giorno sull’uso del preservativo. Ma se facesse tutto questo, se cercasse di restare fedele al Benigni del Papocchio e dell’Altra domenica dovrebbe rinunciare all’altro Benigni, quello che firma contratti americani (di nome e di fatto) e che è diventato il beniamino del jet set.
In fondo, il paradosso di Benigni racconta meglio di ogni altro simbolo l’eterna parabola degli anarchici antisistema che rischiano di essere fagocitati dal sistema. Ancora dieci anni fa, nel suo lunatico e geniale modo di trasfigurare le cose, Benigni amava fare irruzione nella politica. Ad esempio quando diceva: «Secondo me D’Alema e Veltroni sono comunisti. Io sono stato una volta a mangiare a casa loro. M’hanno detto: “Vieni Benigni, vieni che ceniamo coi bambini”. Sono andato là e ho capito cosa intendevano. C’era un pentolone enorme, un bollito, mi sono messo a mangiare, ho preso un piedino io, una cosina, è proprio lo zoccolo duro. Ho detto: “Guardate che io non mangio più niente”, poi - concludeva Benigni - sono andato a pigliare il digestivo da Fini. Lui si è bevuto due bicchieri di olio di ricino, due manganellate a testa e ci siamo addormentati». Divino. Ma adesso? È come se la satira che fiancheggia con affettuosa irriverenza, quando l’oggetto dell’appartenenza entra in crisi, faticasse a trovare un nuovo registro. Era lui stesso ad accorgersene: «Certo con la destra la satira viene meglio perché è naturalmente più dotata per suscitare le risate. È come i carabinieri. Perché si fanno tante barzellette sui carabinieri e nessuna sui poliziotti? Comunque mi sforzerò anche di sfottere la sinistra. Veltroni-D’Alema: Kennedy contro Molotov. Magari regge». Reggeva, almeno finché c’erano loro. Ma adesso che sul palco ci sono le controfigure dei leader di seconda generazione, tutto si fa più difficile. Sentiremo quest’anno un Benigni che esercita il suo spirito amabilmente caustico sulle librerie di Franceschini? Oppure che si prende gioco della bocciofila di Bersani? Molto, molto più facile - ovviamente - sarà cesellare qualche stoccata su Papi, e sulle feste a Villa Certosa. Ma per il grande giullare sarebbe come non scendere in campo, sarebbe come accontentarsi dell’ovvio. Ma tutti ovviamente ci chiederemmo dov’è finito il geniaccio che si divertiva a dare questa improbabile definizione del comunismo: «Il comunismo viene, anche senza Berlinguer. Il comunismo è come prima di farsi la prima sega: si viene a letto, da sé». Già nel tempo del centrosinistra le cose si fecero più difficili: «Con l’Ulivo ho un rapporto di amore-olio». Certo bastava che a Sanremo 2002 Ferrara minacciasse di contestarlo, che subito Benigni ritornava sulfureo: «Non ho mai avuto paura che Giuliano mi tirasse le uova. Ero sicuro che le avrebbe mangiate tutte prima di arrivare a Sanremo. I 50 biglietti che ha prenotato? Erano solo per lui, altrimenti non c’entrava». Ecco perché speriamo che Benigni a Genova, nell’interesse del Pd, parli male anche del Pd, perché il nodo è stretto intorno a questa contraddizione irrisolta. Finché c’è satira c’è speranza. Quando si smette di essere oggetto di satira, significa che l’elettroencefalogramma della politica si fa piatto. E allora, purtroppo, non ci resta che piangere.