Al bando le foto «osé» negli uffici tedeschi

Una legge stabilisce tutto quello che non si può avere e non si può dire sul posto di lavoro

Manila Alfano

È stato un percorso lungo e complicato, intralciato da lunghe polemiche e numerosi rimaneggiamenti. Per arrivare all’accordo sulla legge antidiscriminazione ci aveva già provato il governo rosso-verde di Schröder ma si era dovuto scontrare con l’opposizione della Cdu/Csu, poi la minaccia di sanzioni da parte dell’Unione Europea aveva sbloccato la situazione, fino a lunedì, quando finalmente il presidente Koehler ha firmato la nuova legge per la parità di trattamento.
Le nuove regole anti discriminazione passano anche dalle scrivanie degli uffici. Da oggi infatti niente più copie di Playboy sparse sulla scrivania, basta con i poster di pin-up sull’anta dell’armadietto e soprattutto banditi foto e calendari con ragazze provocanti e seminude. Ma non solo. I colleghi dovranno fare molta attenzione ai contatti «involontari e prolungati» come strusciatine sulla mano o sull’avambraccio, gratifiche in denaro in occasione dei compleanni. Tra i «gesti proibiti» anche le domande troppo personali e annunci quali «cercasi segretaria o infermiere» perché connotati con il sesso delle persone e quindi discriminatori. Uno degli altri effetti della legge riguarda la discriminazione nei confronti degli omosessuali. Il capo-ufficio che azzarderà qualche battuta molesta di troppo o che si comporterà in modo evidentemente ingiusto nei loro confronti sarà costretto a pagare il risarcimento danni. Secondo il Financial Times Deutschland, le compagnie assicurative tedesche prevedono un sensibile incremento nelle vendite delle polizze e sono già aumentate le richieste di informazioni degli imprenditori che temono il moltiplicarsi dei ricorsi da parte dei dipendenti.
Nel caso infatti in cui si presenti una delle tante infrazioni previste dalla legge, la rappresentanza sindacale dei lavoratori in un azienda può procedere d’ufficio, cioè direttamente, contro il datore di lavoro anche senza il consenso dell’interessato. Una volta raccolti gli indizi tocca poi al datore di lavoro difendersi dalle accuse di «comportamenti illeciti».