Banfi: "Fu Totò a consigliarmi di cambiare nome d’arte"

Proiettato un documentario che ritrae il principe nella vita privata con lettere personali e testimonianze di Andreotti, Loren e Arbore

Roma - Totò day ieri alla Festa con una giornata speciale dedicata al Principe della risata in occasione, differita, del quarto decennale della sua morte avvenuta il 15 aprile 1967. Prima le sequenze dei suoi film commentate dalla moglie Franca Faldini e da Goffredo Fofi (uno dei primi ad averlo rivalutato), a seguire la proiezione di Totò e Carolina restaurato e infine il bel documentario Un principe chiamato Totò scritto dalla nipote Diana de Curtis e Barbara Calabresi, diretto da Fabrizio Berruti e prodotto da Rodeo Drive per l'home video.

Una scorpacciata di Totò (in mostra anche la sua impressionante Cadillac nera del 1959) che Lino Banfi ha ironicamente chiamato la «totite». Malattia da cui è sicuramente afflitto lo stesso Banfi che così ricorda l'incontro con il grande attore: «Negli anni Sessanta a Roma il proprietario dell'Ambra Jovinelli dopo le mie insistenze mi diede un biglietto di raccomandazioni per Totò avvertendomi però di non prendere i soldi che dava agli attori squattrinati come me. Detto fatto, il portiere della sua casa ai Parioli porta su la lettera e scende con una busta piena di denaro. Io dico che non posso accettare e, un po' sorpreso, viene giù Totò in persona. Come ti chiami? mi chiede, e io: Lino Zaga, diminutivi di Pasquale Zagaria. Al che lui: cambialo subito, i diminutivi del nome portano bene, quelli del cognome portano male».

Il documentario è una sorta di inedito album di famiglia con la preziosa raccolta di fumetti del 1954, realizzati da Totò, o il suo primo provino per il cinema nel 1930, poi gli eterogenei contributi di Fiorello, Andreotti, Loren, Arbore insieme a manoscritti, lettere d'amore, poesie, fotografie e canzoni mai pubblicate (tra cui Principessa cantata da Lucio Dalla).

Un racconto molto familiare. Ricorda la figlia Liliana: «A casa si levava i costumi di scena, dicendo che era un operaio dello spettacolo, e tornava ad essere il papà molto rigido e severo che odiava la voce alta e parlava piano perché a teatro gli toccava sempre urlare». Mentre Diana, figlia di Liliana, spiega l'attualità del nonno: «Oramai siamo giunti alla quarta generazione di fan con i bambini piccoli che continuano ad amarlo. Anche per loro, e in particolare per quelli disagiati del rione Sanità di Napoli, a breve apriremo il museo a lui dedicato».

Alessandro Gassman è la voce narrante attraverso cui risuonano le sorprendenti parole di de Curtis: «Io odio la mia maschera che uso solo per servire il pubblico, però, allo stesso tempo, sento che è parte della mia anima. Non ho mai pensato, nemmeno per un attimo, di fare a meno di Totò e gli sono grato non una ma cento volte; prima di tutto perché mi ha dato il successo e poi perché, pur essendo in antitesi con Antonio de Curtis, mi aiuta ad essere veramente me stesso. Lo so parlo a rebus, racconto una storia scritta da Pirandello: ma questa è la mia storia». Che è fatta anche di paura. Di non lasciare niente dopo la morte perché, diceva, «siamo solo venditori di chiacchiere mentre un falegname fa un tavolo che dura per anni». E poi timori meno esistenziali: «Sono rimasto ai progetti di Leonardo da Vinci, dell'aereo non so niente». «Era così fifone - racconta Enrico Vanzina - che quando girava negli studi De Paolis faceva controllare che il Tevere non straripasse». Totò che amava le donne, ricorda Dino De Laurentiis: «Arrivai a casa sua a Capri, stava in terrazza con un binocolo, gli chiesi ma che fai?, mi rispose guardo il culo delle ragazze». Totò geloso delle sue donne come quando pizzicò la figlia adolescente col fidanzatino e, ricorda Liliana, «ricevetti il primo e unico ceffone della mia vita». Totò che piange, ricorda la Faldini: «Quando, dopo le terapie per curare la cecità che lo colpì negli ultimi anni, provò a indossare il frac di scena e non gli entrava perché il suo corpo si era dilatato, si guardò allo specchio e gli vidi scendere le lacrime dagli occhi». Una tragica beffa per chi aveva sempre detto: «Le lacrime sono, per un comico, quello che la Rolls Royce è per un povero: un lusso che non ci si può permettere».