Banfi: «La mia squadra da ridere per placare i tifosi violenti»

«Scalpitavo per interpretare un personaggio comico assieme ai calciatori»

da Sorrento

Mancano poche settimane al fischio d'inizio. Poche domeniche prima che L'allenatore nel pallone Oronzo Canà dopo 23 anni ritorni in panchina con la divisa biancorossa della Longobarda. «Lo dico papale papale: temevo di non riuscire più a fare l'attore di cinema, ma scalpitavo per interpretare di nuovo un personaggio ruspante come Canà: ero stanco dei ruoli televisivi di uomini dai buoni sentimenti, stanco di parlare un italiano quasi forbito, senza cadenze dialettali. Qui, finalmente, torno ad essere soltanto me stesso». Sorride soddisfatto Lino Banfi, un pugliese d’origine controllata, mentre alla trentesima edizione delle «Giornate professionali di cinema» di Sorrento scorrono in anteprima per i duemila addetti ai lavori dell'industria cinematografica italiana le prime immagini de L'allenatore nel pallone 2, il film diretto da Sergio Martino e prodotto da Medusa, nei cinema dall’11 gennaio e sequel della pellicola che nel 1984 diventò un cult. «Ancora oggi mi domando perché - spiega Lino Banfi -; credo dipendesse dall'ingenuità e dalla genuità del protagonista che abbiamo cercato di mantenere intatte grazie a nuovi personaggi come la giovane giornalista, interpretata da Anna Falchi, che parla con forte accento romagnolo e vuole sedurre l'integerrimo allenatore e anche alla partecipazione di molti veri protagonisti del mondo del pallone, dai calciatori ai giornalisti sportivi della domenica sera».
Come ha ritrovato il mondo del calcio il suo Oronzo Canà? «Molto più inguaiato di vent'anni fa. Ma anche questo era previsto già nel primo film che è degli anni Ottanta ma sembra girato un mese fa».
In che senso?
«Le racconto un episodio. In piena calciopoli, un avvocato di Napoli mi telefonò per chiedermi come avevo fatto io più di vent'anni fa a capire che il calcio sarebbe stato travolto dallo scandalo. E in effetti ripensando a L’allenatore nel pallone, alle battute che si erano avverate, mi ricordai che ce n’era una quasi preveggente: “Tutti gli intrallazzi succedono a Torino”, dicevo. E proprio in casa Juventus è cominciato il periodo più nero della storia del calcio».
Con lei recitano anche Totti, Del Piero, Materazzi, Gattuso, Buffon, Toni: soldi a parte, è stato difficile convincerli?
«Al contrario. Hanno subito accettato, anzi molti di loro hanno persino devoluto il compenso in beneficenza. Tutti mi hanno detto “Lino, noi abbiamo visto il tuo film quando eravamo bambini ed ora speriamo che questo lo possano vedere i nostri figli”. Ecco, in un momento disastroso per il calcio il messaggio che vogliamo rimanga ben impresso è proprio questo: dare calci al pallone è un divertimento e allo stadio ci devono andare senza paura anche i bambini».
Nel primo film Oronzo inventava il modulo 5-5-5, in questo il cucchiaino a lisca di pesce e il modulo a farfalla: ma calciatori e allenatori veri non le hanno mai chiesto consigli tattici?
«E come no: molti calciatori mi chiamano Mister, Capello e Lippi quando mi incontrano mi domandano cosa ne penso delle loro strategie. Io commento e consiglio nel mio slang, proprio come fa Oronzo Canà. Ed è straordinario per un personaggio che nella realtà non è mai esistito».
D’altra parte lei non domandò consigli al grande Liedholm per il suo allenatore?
«Fu lui ad ispirarlo. Lo incontravo spesso in aereo sull’ultimo volo Roma-Milano: io avevo le prove di uno spettacolo, lui tornava a casa dopo la partita. Cominciò a parlarmi di un tale Oronzo Pugliese, che parlava come me e sembrava un personaggio dei miei film. Abbozzai un soggetto per L’allenatore nel pallone. Quando il film uscì ne volle una copia da far vedere, anche se non capivano niente, a tutti i giocatori stranieri appena arrivati in Italia per stemperare le tensioni. Ecco, oggi mi piacerebbe che L’allenatore nel pallone 2 potesse funzionare per placare gli animi dei tifosi scalmanati».