Una Bankitalia federalista nel menu della cena di Arcore

Nell’incontro Berlusconi-Bossi spunta l’ipotesi delle Regioni nell’azionariato di via Nazionale

Adalberto Signore

da Roma

«Appena torno dalla Russia ci dobbiamo vedere», aveva detto nel fine settimana Silvio Berlusconi a Umberto Bossi. E così è stato. Ieri sera aa Arcore si è presentato tutto lo stato maggiore della Lega, dal Senatùr (il primo ad arrivare con la sua abituale Volvo verde) ai ministri Roberto Calderoli e Roberto Maroni. All’ordine del giorno, il caso Bankitalia ma pure le ultime accelerate dell’Udc, la premiership («il Consiglio federale di lunedì sancirà ufficialmente che il candidato della Lega è Berlusconi», anticipa il titolare delle Riforme), la legge elettorale e la querelle in Regione Lombardia tra Roberto Formigoni (presente pure lui alla cena) e Alessandro Cè, l’assessore leghista sospeso «dalle funzioni» dopo il duro braccio di ferro delle ultime settimane sulla Sanità regionale.
Su Bankitalia, il nodo da sciogliere in vista del Consiglio dei ministri di venerdì è quello di sempre: l’alternativa tra una riforma della Banca d’Italia o un’autoriforma dell’istituto da una parte; la durata del mandato del governatore dall’altra. Perché - spiega Maroni - vogliamo presentarci con «una soluzione concordata» e fare in modo che «non ci sia alcuno scontro in Consiglio dei ministri». La linea del Carroccio è quella di sempre. Bossi resta convinto che Antonio Fazio «è stato vittima di un’operazione poco chiara» che aveva l’obiettivo di delegittimare il governatore, «fermare il progetto di una banca del Nord» bloccando l’Opa della Bpi di Gianpiero Fiorani sull’Antonveneta e «arrestare» la scalata al Corriere della Sera. E quindi, non è tanto Fazio che va difeso - perché «quando ci siamo trovati davanti ai crac Cirio e Parmalat non abbiamo avuto tentennamenti nel criticare il suo comportamento», ripete da tempo Calderoli - ma il progetto in sé. La Lega è pure convinta che «bisogna dire basta all’eccessiva concentrazione di capitali stranieri nelle nostre banche». Nel vertice straordinario di lunedì in via Bellerio i ministri del Carroccio hanno anche tirato fuori i numeri: il 28-29% dei capitali dei nostri istituti di credito è straniero contro una media dei Paesi europei del 6%. C’è poi il capitolo intercettazioni, perché secondo i vertici della Lega sarebbero state gestite «strumentalmente». E in via Bellerio c’è chi ha ipotizzato che a passarle ai giornali non sia stata solo una talpa della Procura ma pure «qualche organo di vigilanza». È per tutte queste ragioni che Maroni si dice convinto che «il governo non può costringere alle dimissioni Fazio» ed esclude provvedimenti «punitivi» contro il governatore.
Sulla questione Berlusconi è come al solito molto prudente. La soluzione potrebbe essere quella di una riforma complessiva della Banca d’Italia che parta da una revisione del suo azionariato. Le questioni sono tante - aveva spiegato nel pomeriggio Maroni dopo un incontro con il ministro dell’Economia Domenico Siniscalco - ma la «prima è quella della proprietà» perché «in Italia si vive in un clamoroso conflitto d’interessi in cui i controllati sono azionisti di un ente che li controlla». Insomma, gli istituti di credito dovrebbero uscire da Bankitalia. E - un’idea che al Carroccio non può che fare piacere - magari lasciare spazio alle Regioni (che potrebbero entrare come azionisti) per dar vita a una sorta di Bankitalia federalista. I precedenti non mancano: basti pensare alla Sardegna che ha quote del Credito Industriale Sardo (Gruppo Intesa) o alla Sicilia che è nel patto di sindacato di Capitalia. La riforma non sarà una sanzione verso Fazio e quindi «deve coinvolgere tutto il Parlamento, opposizione compresa». La strada, dunque, pare essere quella di un emendamento al disegno di legge sul risparmio che da tempo giace in Parlamento.