Bankitalia vale tra 2,2 e 2,7 miliardi

Il calcolo effettuato dalla società americana Lecg Consulting

da Milano

La Banca d’Italia potrebbe valere tra i 2,2 e il 2,7 miliardi di euro. La stima è degli analisti della divisione Italia di Lecg Consulting, società attiva dal 1988 e quotata al Nasdaq, il listino tecnologico di New York. La forchetta tra minimo e massimo - scrive la società - «è costituita dal flusso di dividendi atteso: mentre noi abbiamo ipotizzato che il flusso futuro sia in linea con il passato, la principale criticità è rappresentata dal grado di discrezionalità con cui il consiglio superiore determina la misura di tali diritti». L’unico criterio applicabile tra quelli comunemente adottati, spiega inoltre Lecg, è infatti il «discounted dividend model», la stima cioè dei dividendi distribuibili, poichè i modelli che fanno riferimento a metodi di mercato, patrimoniali o reddituali e finanziari non sono applicabili. Il criterio valutativo scelto, viene invece sottolineato, «è idoneo a dare sostanza alle modalità di trasferimento delle quote della Banca d’Italia, da parte degli attuali detentori, in esecuzione del disposto del recente Ddl sul risparmio».
L’istituto di via Nazionale vale 0,8 miliardi secondo il governo e fino a un massimo di 23 miliardi per l’Abi, l’Associazione bancaria italiana. L’utile di bilancio di Bankitalia, in base alla legge, è distribuito ai partecipanti a discrezione del consiglio superiore, con un dividendo che può rappresentare fino a un massimo del 10% del valore nominale delle quote: gran parte dell’utile, fino al 40%, può essere destinato a riserva ordinaria e straordinaria, mentre tutto il rimanente è destinato allo Stato, che pure non partecipa al capitale. Ben più rilevante è il dividendo proveniente dalla distribuzione dalle riserve ordinarie e straordinarie, gestite separatamente in bilancio e che possono essere distribuite ai partecipanti fino a un massimo del 4% dell’importo delle due voci relative al bilancio dell’anno precedente. Storicamente la distribuzione di riserve ai partecipanti si è attestata tra lo 0,15 e lo 0,55 per cento.
Attualmente, ricorda ancora la società di consulenza, il capitale sociale di Bankitalia è ripartito tra 72 sottoscrittori (65 banche, sei compagnie di assicurazione e un istituto di previdenza). Dopo le privatizzazioni, la riforma delle Fondazioni di Giuliano Amato e le ultime aggregazioni tra banche, si è giunti a una «paradossale composizione del capitale», paradossale in quanto questa «appare in violazione dello Statuto». Infatti «la maggioranza delle azioni con diritto di voto non è più posseduta da enti pubblici (situazione venuta meno quando gran parte delle fondazioni ha venduto le partecipazioni)» e per il fatto che «per effetto delle concentrazioni, i primi quattro gruppi bancari (Intesa, SanPaolo Imi, Capitalia e Unicredit) si sono trovati a detenere il 66,4% del capitale e a rappresentare il 53,1% dei voti. A norma dell’articolo 8 dello Statuto, invece, ciascun partecipante non può esprimere più di 50 voti su 665 in assemblea»: le attuali quote, intese per gruppo bancario, superano questa soglia.