BANKITALIA

Non conosco Antonio Fazio e non me ne dispiaccio. Non perché lo consideri scorretto, come invece sostengono ora alcuni di quelli che fino a ieri lo incensavano, ma perché la mancata frequentazione mi rende libero di dire quel che penso sul nostro re di denari.
Il Giornale in passato ha spesso criticato il governatore. Lo ha fatto a proposito dei mutui capestro dell’ex Banca del Salento, ma soprattutto per i crac Parmalat e Cirio, quando quotidiani che oggi reclamano le dimissioni del sommo banchiere usavano una sospettabile prudenza nel raccontare le colpe delle banche e la svogliata vigilanza dell’istituto centrale. Non avendo mai creduto, a differenza di Eugenio Scalfari, alla favola della sacralità del nostro istituto centrale, non avevamo e non abbiamo imbarazzi a dire quel che non va in via Nazionale.
Personalmente ritengo che la Banca d’Italia sia lo specchio economico della politica. Non è una convinzione maturata ora che a via Nazionale comanda Fazio. Il nostro istituto centrale non è mai stato arbitro, come qualcuno lo dipinge fingendo di scandalizzarsi per i sussurri telefonici del governatore, ma spesso ha preso parte ai giochi. Ricordo come, in un libro di trent’anni fa intitolato «I potenti del sistema», Gianni Baldi raccontava il ruolo di Guido Carli, governatore per 15 anni: «Non v’è stata operazione e manovra di una qualche importanza nel mondo economico-finanziario che Carli non avesse avallata dal suo trono della Banca d’Italia o non avesse suggerita o risolta sul piano tecnico. Non v’è stato scandalo finanziario o bancario che Carli non avesse coperto o mascherato o insabbiato».
All’epoca di Carli, via Nazionale lasciò che i consigli di amministrazione delle banche si riempissero di politici e di portaborse di politici: così si aprirono le porte a quella che Mario Monti definì la via romana allo sviluppo, nel senso che gli industriali in cerca di prestiti dovevano far la fila negli uffici degli onorevoli nella Capitale.
L’immagine di una Banca d’Italia guardiana del rigore si scontra con la cronaca, talvolta con quella giudiziaria. Il nostro istituto centrale sulle vicende bancarie è stato spesso distratto: i recinti venivano chiusi quando i buoi erano scappati. E non parlo di Calvi e del Banco Ambrosiano, ma dei molti scandali di cui è costellata la storia italiana: i soldi generosamente donati a Saddam Hussein dalla Bnl, l’allegra gestione del Banco di Napoli (costata allo Stato 12 mila miliardi di vecchie lire: quanto una manovra), i buchi del Banco di Sicilia e quelli della Cassa di risparmio di Calabria. Passando in rassegna i crac si scopre che la crescita del sistema bancario, le fusioni e le incorporazioni, non sono state una scelta strategica, ma una necessità. Istituti zoppi costretti a fondersi pur di stare in piedi, altri indotti a comprare una banca che rischiava il fallimento. Esempi? Il Banco di Napoli assorbito dal San Paolo, la Bipop finita nelle mani di Capitalia. Mentre si allargavano le voragini, mentre sparivano dalle tasche dei risparmiatori, ma anche dalle casse pubbliche, montagne di miliardi, su cosa vigilava Banca d’Italia? In Francia ci fu uno scandalo anni fa e lo ricordano ancora: da noi i crac di un sistema tra i più inefficienti d’Europa sono diventati quasi la regola.
E ora dobbiamo credere che Fazio abbia arrecato un danno gravissimo alla Santa Istituzione? Francamente mi pare che i danni siano stati fatti molto tempo fa. Le telefonate con Fiorani possono essere disdicevoli, ma al massimo il governatore può essere accusato di violazione del bon ton. Il processo mediatico che si sta intentando al pio Fazio ricorda molto quello contro l’ex presidente della Repubblica Giovanni Leone. Al governatore di Alvito rimproverano le chiacchiere della moglie, un figlio che fa la Mille miglia con Chicco Gnutti, le confidenze con Fiorani. Leone, colpito dai veleni de l’Espresso e di Repubblica, fu incolpato d’avere una bella moglie e tre allegri figlioli che scorrazzavano per Roma e si lasciò credere che avesse trafficato con la Lockheed. Camilla Cederna, maestra di perfidia che contro di lui confezionò un memorabile libro che si trasformò in una lapide sulla carriera politica dell’ex capo di Stato, cominciò l’atto d’accusa scrivendo che Leone prima di riceverla s’era fatto precedere da un rumore di sciacquone proveniente dal bagno. Insomma: una persona volgare, ridicola, forse corrotta. Da liquidare subito, facendola fuggire con ignominia durante la notte. I giornali del Palazzo vorrebbero fare altrettanto con Fazio. Leone dopo vent’anni fu riabilitato: era innocente. Ma la sua cacciata servì ad aprire le porte al Pci. A chi servirebbe ora la cacciata di Fazio?