La bara non entra I becchini la segano

Gli avevano appena augurato: «Che riposi in pace». E invece la guerra su di lui comincia proprio lì, dove doveva trovare il riposo eterno: al camposanto di Cavi di Lavagna, loculo di sinistra, in fondo al viale dei crisantemi. Va così, in una giornata che più mesta non si potrebbe (ma c’è sempre qualcuno che riesce a intristirla ancora di più): terminate le esequie, il caro estinto viene accompagnato all’ultima dimora dai parenti più stretti. Si prevede una sosta, l’ultima, in religioso silenzio, prima dell’estremo saluto. Questione di pochi minuti - pensano tutti - per sistemare la bara nel loculo, recitare una preghiera e poi via, amen, la vita continua. Invece le cose non vanno avanti così. Anzi, a non andare avanti così come previsto, è la bara. Che non entra dove dovrebbe entrare: si incastra, si blocca, resiste a tutti gli sforzi dei necrofori. Ci si mette di buzzo buono, per aiutare a spingere, anche qualche parente, poi alcuni estranei presenti nel famedio, attirati da una scena che sembra tratta dal serial Usa «Sei piedi sotto». Niente da fare: quel loculo ha il muro storto, non va bene per una bara standard, figuriamoci per una come quella che, per rispetto dell’ospite, è fatta senza economia. Il disagio aumenta, il corteo di parenti e amici rumoreggia, si passa dalla commozione alla rabbia. Allora gli addetti al servizio funebre passano alle misure drastiche: si cerca, e si trova, una sega. Mica una qualsiasi: è una sega da falegname, «che ci vuole anche uno che la sappia maneggiare». Si trova anche quello, «è proprio una giornata fortunata» si lascia scappare qualcuno, subito fulminato da un’occhiataccia. Il falegname improvvisato e nerboruto mena il primo fendente. Un taglio netto, sembra tanto, fin troppo. E invece non basta: il loculo è tutto sbilenco, pare il foro pilota del Terzo Valico, la bara è come un container, non c’entra ancora. Si ricomincia: altro taglio, altro legno (pregiato, costoso) che salta. La mesta cerimonia - tra un tentativo e l’altro, sono passate due ore dall’ingresso del corteo nel cimitero! - diventa un’ulteriore sofferenza per tutti. La gente intorno è sgomenta. Infine le dimensioni si riducono tanto, da superare anche l’ultima resistenza. In un modo o nell’altro (anzi, solo nell’altro) la bara viene messa a dimora. «Ma la guerra continuerà in tribunale» tuonano i familiari, che minacciano di ricorrere alle vie legali contro il Comune: «È un fatto assurdo, inammissibile - dichiara l’avvocato Enrico Donati, che assiste i protagonisti involontari della disavventura -. Oltre al lutto, i congiunti hanno subito l’oltraggio. Vogliamo giustizia, e la tempestiva punizione dei responsabili». Ai quali, comunque, le maledizioni sono già arrivate. Direttamente dall’Alto.