Le baracche? Un ricordo E i ruderi attirano i turisti

Chi si aspetta di trovare ancora, a quasi 40 anni dal terremoto, un
paesaggio spettrale fatto di ruderi e baracche, è totalmente fuori
strada. I ruderi, dove ci sono, sono diventati monumento e sono entrati
negli itinerari turistici

Palermo - Chi si aspetta di trovare ancora, a quasi 40 anni dal terremoto, un paesaggio spettrale fatto di ruderi e baracche, è totalmente fuori strada. I ruderi, dove ci sono, sono diventati monumento e sono entrati negli itinerari turistici. Le baracche in eternit, invece, sono state smantellate nell'estate del 2006, poco prima dell'anniversario numero 39 del sisma. Insomma, lo stereotipo «Belice uguale miseria e macerie» immortalato da scrittori del calibro di Leonardo Sciascia non esiste più: perché i belicini – quelli che hanno scelto di rimanere a fronte dei circa 12mila che negli ultimi trent'anni hanno preferito andare via per cercare fortuna altrove – si sono rimboccati le maniche.
Si sono rimboccati le maniche e senza aiuti statali - tanto per capire: dei 12mila miliardi di vecchie lire stanziati dal 1968 al 2000 il Belice ne ha ricevuti appena ottomila, contro i 29mila del Friuli e i 120mila dell'Irpinia - hanno creato, dal nulla, attività agricole e artigianali d'eccellenza, che scalano i mercati internazionali. I vini prodotti dalle decine e decine di cantine sorte nella zona sfidano a testa alta Piemonte e Veneto e sono esportati in tutta Europa e anche in Canada. Ben quotate anche le aziende che producono salumi e formaggi. E poi la cultura, con iniziative di prestigio ormai istituzionalizzate – vedi le Orestiadi di Gibellina – che portano lì, in quelle terre emblema del degrado, il meglio della cultura e della musica.
A che serve, dunque, stanziare ancora fondi per un terremoto di 40 anni fa? «Serve, eccome se serve – dice il deputato di Forza Italia Giuseppe Marinello – perché ci sono ancora centinaia di progetti di privati cittadini che non sono riusciti a ricostruire, dopo 40 anni, la prima casa. C’è una serie di incompiute, di errori dovuti anche all'inesperienza del legislatore – quella per il terremoto del 1968 è stata la prima norma per un'emergenza terremoto, poi le leggi speciali sono state via via migliorate – che non possono ricadere soltanto sulle popolazioni. Per la prima volta dopo anni, nella Finanziaria 2007, non è previsto nulla per il Belice. Speriamo che, attraverso alcuni emendamenti predisposti tanto dalla maggioranza che dall'opposizione si riesca ad ottenere qualcosa. Anche noi alla Camera faremo la nostra parte».
Questo, dunque, il paradosso del Belice, il terzo mondo accanto all'eccellenza: da un lato lo sviluppo, tutto autarchico, delle popolazioni, che con la forza della disperazione sono riuscite a rialzare la testa rilanciando l'economia; dall'altro il diritto negato alle stesse popolazioni che ancora attendono i soldi che spettano loro per le case, che vogliono strade, rete idrica, fogne. Sono alcune migliaia i progetti privati per la ricostruzione delle case distrutte dal sisma fermi da decenni per mancanza di fondi. Nel 2005 il coordinamento dei sindaci del Belice guidato dal primo cittadino di Gibellina, Vito Bonanno, ha verificato la reale entità dei bisogni della Valle: 450 milioni di euro servono solo per l'edilizia privata; per quanto riguarda invece le opere pubbliche, cassando quelle diventate ormai inutili a 40 anni dal sisma, occorrono invece 133 milioni di euro, giusto per gli interventi di urbanizzazione primaria essenziali. Sottraendo ancora gli stanziamenti degli ultimi anni, il bisogno reale per chiudere la partita del dopo-terremoto è pari a 470 milioni. E il Belice, per averli, è pronto a dare battaglia.