«Barack amico di un terrorista» I repubblicani alla guerra degli spot

McCain attacca il rivale. Polemiche per lo spot di un gruppo di suoi sostenitori

nostro inviato a Denver

Quando Barack Obama questo pomeriggio salirà sul palco dell’Invesco Stadium di fronte a 75mila sostenitori, non troverà ad applaudirlo Bill Clinton. E questo la dice lunga sui rapporti tra i due. Si odiavano ieri, non si ameranno certo domani. Ma per una notte hanno fatto finta di andare d’accordo. La notte dell’ex presidente americano alla convention democratica, che, come era accaduto ventiquattro ore prima con Hillary, ha rubato la scena a tutti. Anche a Joe Biden, il candidato vicepresidente, che ha affrontato il tema più delicato per Obama, quello della sicurezza nazionale. I sondaggi sono impietosi: McCain è giudicato in materia di gran lunga più affidabile dal 60% degli americani. Biden, pur non essendo un grande oratore, ce l’ha messa tutta per rassicurare gli elettori. Ha vantato la sua grande esperienza, testimoniata dalla presidenza della Commissione esteri del Senato, e ha al contempo galvanizzato la platea lanciando bordate contro il candidato repubblicano. Una in particolare, quella, ormai, ricorrente: «John McCain uguale George Bush. Davvero gli elettori vogliono altri quattro anni della presidenza più disastrosa della storia americana?».
Biden il garante, Clinton il maestro. Martedì notte Obama lo ha chiamato, dandogli carta bianca. E Bill lo ha preso in parola. Come Hillary ha sollecitato i suoi sostenitori a dimenticare il rancore e ad appoggiare con convinzione il candidato democratico. Da buon attore, ha mascherato i suoi reali sentimenti, che sono di radicata sfiducia nei confronti del prescelto. Poi ha trasformato il suo intervento in una lezione; per rimarcare la differenza tra lui, anzi, tra i Clinton e Obama. Messaggio inequivocabile: caro Barack, se vuoi diventare un grande presidente devi fare come me. Le analogie tra il 1992 e oggi, d’altronde non mancano. Anche allora l’America viveva una fase di stagnazione economica. Ma l’allora ex governatore dell’Arkansas riuscì a farla ripartire e a mantenere il comando, mentre il Congresso virava decisamente a destra. Un’America che sapeva farsi rispettare nel mondo. Sebbene in modo allusivo, Clinton ha insistito su un punto: non basta evocare la speranza e il cambiamento per vincere le elezioni, bisogna proporre riforme concrete, delineando con decisione il proprio profilo politico; occorre attaccare duramente i repubblicani individuando i loro punti deboli. Insomma, ha invitato il candidato democratico a imprimere una svolta netta a una campagna che gli esperti - e da qualche tempo anche gli elettori - giudicano troppo volatile e subliminale.
In un’intervista al Wall Street Journal, Obama ha lasciato intendere di aver capito e ha promesso un discorso di “sostanza” in cui illustrerà le proposte «per rilanciare l’Azienda America e aiutare la classe media».
Ieri però ha dovuto affrontare l’ultima rogna. Dopo giorni di trattative con Hillary, il candidato democratico ha permesso la conta formale tra i delegati. La Clinton non ha remato contro e, anzi, ha liberato i suoi fan, invitandoli a votare per il suo ex rivale in nome dell’unità. Ma il travolgente discorso di martedì notte non è bastato rassicurare gli irriducibili, che, prima dell’investitura di Obama per acclamazione, hanno preteso un pronunciamento Stato per Stato formale. La Clinton ha comunque ottenuto alcune centinaia di preferenze, mentre diverse decine di delegati hanno addirittura preferito lasciare Denver, a testimonianza di una spaccatura che resta insanabile. Secondo l’ultimo sondaggio il 30% dei sostenitori dell’ex first lady non intende votare in novembre per Barack Obama e secondo il New York Times, la maggior parte dei grandi finanziatori della Clinton ora terrà chiuso il portafoglio. Una pessima notizia per Obama.