Baratto/2 E c’è anche il primo «swap-shop»

Un tailleur di Armani, una borsa Louis Vuitton, i foulard di Gucci: gratis. Prodigi del baratto, usanza sempre più diffusa. E ogni giorno che passa più trendy di prima. Oltre agli «swap party», sempre più diffusi e di cui parliamo a fianco, c’è oggi anche lo «swap shop» (il principio è grosso modo lo stesso) dov’è possibile rinnovare il proprio guardaroba con capi esclusivi senza spendere un euro. O quasi. Il primo «swap shop» della capitale lo ha aperto Arianna a novembre nei pressi di piazza Vescovio: le clienti arrivano in negozio per disfarsi di vestiti, borse e cinture che non usano più, aspettano che il personale assegni ogni capo a una categoria (media, alta e altissima) e poi eseguono lo scambio. Per fare un esempio, se uno (anzi una, visto che è una boutique per sole donne) porta un paio di jeans classificato nella categoria media potrà scegliere cosa prendere in cambio tra gli articoli esposti nella stessa. Il tutto sostenendo un modesto costo di servizio dato che gli abiti vengono mandati in tintoria e sterilizzati: 13 euro per la tipologia più economica, 16 per quella di mezzo, 20 per i capi d’elite. «Al momento sono esposti oltre 800 capi - tira le somme la titolare - l’80 percento dei quali sono firmati». Tra questi, come detto, non mancano le sorprese. «Abbiamo avuto in negozio pezzi unici di Chanel - prosegue Arianna - nonché, lo scorso mese, un modello di jeans della Roy Rogers appartenente a una serie limitata».
Se da un lato il ritorno in auge del baratto è una conseguenza della crisi, dall’altro bisogna dire che con la crisi oggi giorno si possono fare degli ottimi affari. Paradossi dei nostri tempi: «Da noi le persone vengono a disfarsi di vestiti che originariamente sono costati un patrimonio, anche mille euro o più, per le ragioni più diverse». Il cliente tipo non esiste. Si va dalla ragazza di 20 anni alla signora di 75. «Ci sono donne anziane che ci portano capi degli anni Sessanta e Settanta - spiega Arianna - che in seguito vengono riutilizzati da ragazze giovani per una festa vintage o qualche altra occasione». È così che lo «swap shop» trasforma il baratto in un gioco. Non più solo uno strumento di risparmio, lo scambio diventa una fonte d’ispirazione dalla quale sgorgano nuove mode (reinterpretazioni di quelle vecchie) ed espressioni di uno specifico «lifestyle». Ecosostenibile, sì, economico, pure, ma anche molto «fashion».
Gli affari vanno a gonfie vele. Già, perché Arianna non lo fa mica per beneficenza. Il baratto, strano a dirsi, è un business vero e proprio: una piccola parte, infatti, della somma richiesta per le spese di tintoria va a lei. «Gli incassi aumentano del 30 per cento ogni mese», afferma con la calcolatrice in mano. Segno che il sistema funziona. «In principio, è vero, le clienti sono titubanti, magari scambiano uno o due abiti solamente, poi, però, ritornano in negozio portandosi appresso una dozzina di vestiti almeno», dice soddisfatta. E a dimostrazione che le cose vanno per il meglio Arianna annuncia l’apertura di due nuovi punti vendita entro i prossimi mesi, uno dei quali ai Parioli.