Barbara Contini: «In passato ostaggi sfruttati dalla politica»

Barbara Contini si è fatta le ossa con le organizzazioni non governative e le Nazioni Unite nei posti peggiori. In Irak ha «governato» la provincia di Dhi Qar fra scontri, attentati e rapimenti. Oggi è senatrice del centro destra e fa parte della commissione Difesa.
A un mese dal rapimento dei due italiani in Somalia cosa si può dire?
«Prima di tutto che il governo sta facendo il possibile per liberarli. Però nel nostro Paese deve crescere una cultura della sicurezza. Non sto parlando di scorte armate o di armi, ma di preparazione alla sicurezza, che deve coinvolgere anche le organizzazioni non governative. I presidenti delle ong lo sanno bene. Accanto al logista, o allo specialista dei vari settori umanitari deve esserci l’esperto della sicurezza. Bisogna essere in grado di analizzare i rischi, monitorare il personale con cui si lavora, sapere come comportarsi in caso di sequestro. In altri Paesi le ong lo fanno già da anni».
Ma nel nostro Paese non si continua a demonizzare il mondo della sicurezza?
«Le agenzie di sicurezza non sono composte da mercenari. In Italia abbiamo ottimi professionisti e scuole di formazione».
È giusto imporre il silenzio stampa in casi come quello dei cooperanti in Somalia?
«Penso che sia utile soprattutto per uno sforzo delicato come la liberazione degli ostaggi. Meno si parla e più si riesce a fare».
In passato, però, ci fu addirittura una sovraesposizione mediatica come nel caso delle due Simone...
«Pensate che sia stato così positivo parlare tanto degli ostaggi iracheni? Io ho manifestato pubblicamente la mia solidarietà per i rapiti in Somalia. E pure la mia totale disponibilità ad intervenire se fosse necessario. Ma non bisogna parlarne ogni giorno».
Per altri rapiti c’è comunque stata una maggiore mobilitazione dell’opinione pubblica. Esistono ostaggi di serie A e di serie B?
«Non mi sono mai chiesta a che parrocchia appartenesse l’ostaggio. Forse in passato certi rapiti sono stati sfruttati da una politica bieca. E magari più tardi l’hanno capito, pure loro»