Barbara è libera: dopo 24 ore finisce l'incubo

La ragazza rilasciata ieri sedra tardi in mezzo ai campi a pochi chilometri dal luogo del rapimento: sta bene. I banditi avevano chiesto 4 milioni di euro. La giovane interrogata nella notte

Pisogno di Miasino (Novara) - Non c'è bisogno di spingersi fino a Kabul, per apprezzare la spregiudicata legge del baratto umano. I talebani stanno qui, tra noi. E neppure da oggi. Anche se ultimamente poteva sembrare un po' obsoleta, in Italia l'industria del sequestro ha comunque radici salde e sempre nuovi manager. Stavolta il vigliacco affare era proposto a un grosso impresario edile: quattro milioni di euro. Prendere o lasciare. La figlia.

L'affresco a tinte cupe di questa storia ha come sfondo i boschi e i ruscelli di Pisogno, un villaggio antico sopra il Lago d'Orta. Qui, in fondo a una strada stretta, tra gli stagni popolati dai rospi, c'è il casale coperto di glicine della famiglia Vergani. Siamo alle figure centrali del quadro. Il padre è Carlo, sessant'anni. Personaggio molto noto, nella zona. Un compaesano lo dipingerebbe così: «Nella vita ha solo lavorato. Per 365 giorni l'anno, venti ore al giorno. Ha cominciato da giovane, come geometra. Poi, un passo alla volta, è diventato quello che è diventato...». Ecco che cosa è diventato: titolare di un'impresa con una ventina di dipendenti, la «Cusiana Costruzioni », ma capace di vincere appalti per lavori corposi, gestiti poi con subappalti ad altre aziende. Lavori stradali, grossi scavi, un albergo di lusso aOleggio, il «Ramada Ticinum», di cui è pure azionista. Fino a pochi anni fa era socio con un certo Ferretti,ma il sodalizio era finito decisamente in malomodo. Che altro? Carlo Vergani è uomo generoso con la parrocchia e con i vari gruppi del paese. Presidente del circolo dopolavoristico, vicepresidente della Pro Loco, quando c'è da mettere mano al portafoglio per attività sociali non è secondo a nessuno. Nella sua parabola di vita, una sola nube: il processo per usura che diversi anni fa occupò le pagine dei giornali locali. Storia vecchia, dicono qui a occhi bassi. Ma certamente una storia che gli inquirenti non possono tascurare, cercando un eventuale movente alternativo alla semplice estorsione.

Poi c'è la signora Elisabetta, 58 anni. Di origini svizzere, ha dato al marito tre figli, in paese dicono «uno più bravo dell'altro»: Patrick, 28 anni, che fa il promotore finanziario a Torino, quindi Marco, 26enne, che ha preferito dedicarsi all'amata attività di giardiniere, infine lei, la piccola, Barbara, 24 anni. «Non perché sia sparita», premettono tutti nella zona: ma di Barbara si può parlare solo benissimo. Diplomata al liceo psico-pedagogico, rinuncia agli studi universitari. Preferisce stare vicino alla mamma, che da tempo soffre le pene dolorose della depressione. Qualche tempo fa prova a lavorare in un centro benessere, anche questo di proprietà paterna, a Briga, poco lontano dal paese. Ma capisce presto che non fa per lei. Ragazza scout impegnata nel sociale, fidanzata con un sottufficiale finanziere, Nicola, ha altre idee per la testa. Si sente molto più coinvolta da un impiego di tutt'altra natura, nel negozio «Altromercato» di Borgomanero: qui è commercio equo e solidale. Ci lavora prima a libro paga, ma poi, quando il contratto scade, continua da volontaria. Edè ancora qui che la troviamo nella serata di sabato. «Non ci doveva neppure venire», racconta Beppe, il gestore del negozio. «Invece, visto il periodo pasquale, ha voluto dare una mano. Prima è andata al magazzino, appena fuori città. Poi, verso sera, è venuta in negozio ». Il dettaglio non è irrilevante: significa che Barbara segue un itinerario improvvisato, non abituale, dunque ha evidentemente qualcuno sempre sulle proprie tracce, per tutto il pomeriggio. Difatti, quando intorno alle nove dice a Beppe «vado un attimo a prendere una cosa in macchina», scatta la trappola.

L'auto è parcheggiata a un centinaio di metri, svoltato l'angolo, in via Fornari. Sono attimi: Barbara si accorge che qualcuno l'assale, cerca di chiudersi dentro, allora i rapitori sfondano il finestrino e aprono la portiera. Sono in tre. Immersi nel buio, caricano la ragazza su una Golf bianca, dove c'è il quarto in attesa, e via sgommando verso il vicino casello dell' autostrada per Genova. Quando Beppe, dal negozio, prova a chiamare l'amica sul telefonino, non c'è risposta. Strano, si dice l'uomo, è già passata mezz'ora. Meglio dare un'occhiata. Quando arriva alla macchina, ormai ci trova solo i carabinieri... Si aprono le ore del tormento. Dov'è Barbara? La domanda da cento milioni di dollari, meglio, da quattro milioni di euro, aleggia come un incubo sulla domenica più angosciante che queste amene zone di lago ricordino. Per tutta la giornata, il papà di Barbara sta nella stazione dei Carabinieri di Borgomanero, al fianco del giudice torinese Maurizio Laudi.

È un padre che pone penose domande, certo, ma che deve fornire anche qualche riposta utile. Nel suo lavoro, nelle sue amicizie, nei suoi contatti può nascondersi la pista giusta. Forse. Col passare delle ore, il rapimento sembra sempre meno opera del solito branco di sbandati, e sempre più impresa studiata a tavolino da una gang di professionisti. Una sola telefonata alla famiglia, giusto il tempo per mandare il padre alla sede dell'azienda, dove troverà il foglietto con la cifra richiesta. Quanto basta, non una mossa in più. Non una mossa sprecata. Poi, silenzio. Come insegna il manuale del bravo rapitore, la controparte va cotta a fuoco lento. Senza fretta. Dirà un inquirente esperto in rapimenti: non si chiede una cifra così alta a banche chiuse, segno che sanno aspettare. Invece, alle undici di sera, sotto una pioggia debole e fitta, il colpo di scena: forse il peso troppo pesante da sostenere, forse qualcosa che si èmesso di traverso. O più probabilmente, dicono in caserma, la sensazione di avere ormai il fiato sul collo.

Resta l'unico fatto certo, l'unico che conti davvero: Barbara è libera. E sta pure bene, compatibilmente. La lasciano come un bagaglio troppo ingombrante sul ciglio della strada, a Ghemme, comunque sempre nel circondario. Stralunata e sotto choc, la ragazza riesce solo a chiedere soccorso. Alcuni passanti capiscono subito di chi si tratti. In pochi minuti è in caserma, a Borgomanero, dove il procuratore Laudi la raggiunge intorno alla mezzanotte. Dopo l'interminabile abbraccio tra papà e figlia, gli investigatori cominciano subito a interrogarla, chiedendole un ultimo sforzo per dare un nome ai suoi infami compagni di viaggio. Chi è arrivato a tanto? Chi, poi, non ha retto tanto? In questa storia così strana, la sensazione è che le sorprese non siano finite. Ma c'è anche un'altra sensazione, nella lunga notte di Borgomanero: la soluzione del rebus è vicina.