Barbareschi: «Buzzanca vota Ds? Anche i mattatori sono trasformisti»

L’attore simbolo della destra punge il collega: mi fa tenerezza

Luca Telese

da Roma

Il saltimbanco ha stupito tutti con la sua ultima giravolta. Dopo anni di professioni di voto indefesse a destra, Lando Buzzanca spiega al Corriere della Sera che sosterrà i Ds al Senato: vuole eleggere l’assessore alla Cultura capitolino Gianni Borgna (sia pure con la compensazione di un voto per An alla Camera). Su L’Unità, attacca Barbareschi: «Fini non doveva farmelo, non doveva nominarlo referente per la cultura!». Così non c’è persona migliore di Luca Barbareschi per raccontare questa fine di legislatura: transumanze, abiure, attori che sbancano al box office con prodotti militanti. Non c’è persona più indicata perché Barbareschi nel 2002 girò un film dolente, bello e molto fedele, che si intitolava (per l’appunto) Il Trasformista. E che era una fotografia (profetica) dell’Italia dei voltagabbana, un film autoprodotto che fece molta meno notizia de Il Caimano morettiano, ma che forse restituiva più del film di Moretti l’aria di Palazzo, raccontando l’apologo di un birraio catapultato a Montecitorio sotto le bandiere azzurre e poi passato all’Ulivo.
Che impressione le fa Buzzanca?
«Ahiaaaa... Conosco Lando da tanti anni, l’ho fatto sempre lavorare... Mi fa tanta tenerezza, ecco».
Perché?
«Perché leggendolo non ci credevo: il dato patetico non è l’invito a votare i Ds, ma la giustificazione pudica, la foglia di fico di quel votino per An alla Camera. Ma santoddìo, Lando! Calchi i palcoscenici, sei un mattatore, conosci le regole! Se fai una rapina e un morto, non dire che poverino volevi sparare in aria, che rubavi per aiutare una vecchina!».
Lei nota un tic, in queste dichiarazioni di voto trasversali?
«Oh, sì: che pena quelli che ti devono dire Veltroni è bravo, Gasbarra pure, e che Fini gli piace, e però anche un sorriso a Rutelli, un saluto a Bertinotti e alla Bonino. Patetici».
A L’Unità Buzzanca dice che non la vuole nemmeno nominare.
«Io invece sì. Purtroppo per lui».
Per lei Buzzanca è un simbolo?
«Massì, povero Lando, mi spiace. Attraversa un momento senile: il problema è oltre lui, lo trapassa. È l’eterna malattia di questo Paese, il trasformismo».
Lei provò a narrarla in un film.
«Lasciamo perdere: non ne scrissero, lo smantellarono in due giorni. O era bruttissimo, o non non ero abbastanza chic. Per carità, niente lamentazioni: mi spiace che qualcuno pensi di lavorare grazie agli spot elettorali. C’è la vecchia idea dell’uomo di spettacolo che cerca protezioni, mentre dovrebbe andare contro».
Lei lavorerebbe di più e meglio se non fosse schierato a destra?
«Devo proprio dire la verità?».
La verità.
«Ohhh, sììì, sìììì..... Avrei forse lavorato in qualche film. Non sono un cane, vero? Tanti attori recitano in tre lingue? Ora non mi chiamano neanche in una fiction di quarta serata».
Eppure continuiamo a vederla...
«Negli ultimi cinque anni solo in film e programmi che mi sono autoprodotto. Avevo l’Eliseo me lo hanno levato. E non piango miseria, chiaro? Ora vado in Inghilterra e... non posso parlarne, ma vedrete».
Nel 2001, quando vinse il centrodestra, le sue azioni non salirono?
«Scesero, semmai. Dalla Rai non mi hanno chiamato nemmeno per farmi uno scherzo telefonico!».
E non le è venuta la tentazione di cambiar «squadra» pure lei?
«Nemmeno per sogno. Non sono così ombelicale da pensare che le sorti del Paese passino per Barbareschi. Preferisco che Fini e Tremonti continuino a esser buoni ministri, piuttosto che agguantare copioni».
Non sia così angelico... Ogni tanto le roderà anche a lei.
«Certo. Ma senta: il mio bisononno, Saverio Fino, ha fondato il parlamento piemontese; mio padre era partigiano, bianco. Mia nonna, la prima economista italiana.... Ho abbastanza passione civile per credere che la politica debba volare alto».
E invece?
«E invece scopri che il trasformismo è in noi, tra di noi: a Roma lo tocchi con mano. Ci si vuole tutti bene, tutti nella stessa barca. Qui se mandi uno affanculo perché ti fa una carognata, dopo un giro di isolato lo trovi che ti saluta ridendo: “Oh, ciao!”. Ma si può? Qui ci vorrebbe l’intransigenza di Michele Colaas di Kleist che non perdonava il ladro del suo cavallo: “Chieda scusa!”».
La sua dichiarazione di voto?
«Voterò a destra proprio perchè dalla destra non ho ottenuto un beneamato cavolo. E Berlusconi, più convinto di prima: da tre mesi è tornato quello che mi piace: attacca, morde, dà battaglia».
Tre mesi fa com ’era?
«Troppo... giannilettismo. Non ho nulla contro Gianni Letta, ma l’idea che si media su tutto stava ammazzandoci. Amo il Berlusconi che che manda a quel paese Confindustria».
E il Caimano le piace?
«Moretti è un moralista, io un libertario. Rimasi sconvolto quando Mastella disse del mio film: “Embè, che c’è di strano?”».
Disincanto gaberiano?
«Gaber era un amico. Obbbligò l’Unità a distribuire il mio Piantando chiodi e fece pure la prefazione».
L’«Unità» di Veltroni?
«Ecco: Veltroni è molto carino, mi invita sempre, ma bisogna dirlo a sua politica culturale è sbagliata».
Perché?
«Il suo modello, quello del tutto-gratis è demagogia culturale».
È sbagliato non far pagare?
«Sì! La cultura si paga. La qualità si paga. Altrimenti paga lo Stato, o il Comune... E decidono loro per te».
Una posizione di destra?
«No, di sinistra. Harold Pinter mi disse: a noi ci ha salvato la Thatcher quando ci ha tagliato i fondi».
Le manca un teatro, a Roma?
«Tanto, tantissimo, ne ho una voglia pazza! E non mi vergogno a dirlo. Ma non me lo daranno mai...».