Barbareschi: «Così salverò i bimbi violati»

«A Trieste si scoprì che un commerciante era al centro di un traffico pedofilo. Sa che mestiere fa oggi? Ha un negozio di giocattoli e articoli per i piccoli»

Si chiama così: «Fondazione Luca Barbareschi. Dalla parte dei bambini». Luca Barbareschi è l’attore che tutti conoscono. Bell’uomo con fama di sciupafemmine, intelligente, colto, politicamente controcorrente, essendo uno dei pochi uomini di spettacolo non impaludati nelle acque morte del conformismo di sinistra dove guazzano tutti gli altri tenendosi per la coda. Quasi tutti gli altri.
La Fondazione che porta il suo nome, e che lui ha creato mettendoci un bel po' di passione, un bel po' di denaro, e anche un bel po' di dolore, si presenta oggi alle 19 a Milano, all'hotel Principe di Savoia. Il nome scelto per la sua onlus dice già di che si tratta, senza pindarici o tartufeschi giri di parole. Barbareschi sta dalla parte dei bambini vittime della pedofilia perché lui c'è passato. E sa che vuol dire. E ora - ma ci pensava da un pezzo - gli è venuta voglia di spendersi in prima persona per contrastare (abbattere no, se i numeri che lui cita - spaventosi - sono reali. E temo che lo siano) un fenomeno abietto, indegno. Un fenomeno che dai bassifondi di turpi latitudini mentali legate a un mondo criminale e malato, ma che si pensava circoscritto, si è allargato come una lurida bava venefica e ora dilaga per il mondo grazie (si fa per dire) a Internet.
La Fondazione Luca Barbareschi si occuperà non solo di garantire la tutela di minori offesi, anche sotto il profilo legale, ma anche del recupero di bambini vittime di molestie costretti a vivere in condizioni di degrado sociale o di sudditanza psicologica. «Quando il mostro è dentro casa, e accade spesso - dice Barbareschi - è ancora più difficile. Lì si tratta di intervenire con operazioni chirurgiche di difficoltà estreme. Ci sono casi in cui la madre sa da anni che il marito abusa della figlia e non trova il coraggio di denunciarlo. E se lo fa rischia di imbattersi, come è accaduto, in un giudice che assolve dicendo che il padre incriminato era affetto da sonnambulismo». Alla presentazione della Fondazione Barbareschi ci saranno funzionari dell'Fbi, di Scotland Yard e della polizia italiana. Perché il cancro infetta ormai vaste aree del pianeta.
Lei sostiene che il giro d'affari legato alla pedofilia ha superato in Italia quello della droga. Possibile?
«Consideri questo dato. Ogni sito pedopornografico rende in media fra gli 80 e i 90mila euro al giorno. Per scaricare una foto da questi siti si spendono anche 300-400 euro. Ora lei sa quanti sono questi siti, in Italia e in giro per il mondo? Decine e decine di migliaia. Pensi che in Olanda vogliono addirittura fondare un partito a favore della pedofilia. Ecco, a me sta a cuore questo aspetto: aiutare la gente a spezzare il muro della vergogna, dell'imbarazzo, a denunciare il malaffare».
Ammetterà che non è facile.
«Lo so, è maledettamente difficile. Spesso, chi è vittima dei pedofili, o chi è testimone diretto di casi di pedofilia rilutta a sporgere denuncia perché ritiene la cosa denigratoria della propria persona. Pensa di restarne segnato, infangato a sua volta. Io posso invece testimoniare il contrario».
Lei ha raccontato una volta, in televisione, di essere stato molestato da bambino. Vuol raccontare come andò?
«Accadde in due occasioni. La prima quando avevo 8 anni, in un istituto retto da religiosi, a Torino. La seconda quando ero più grande, alle medie, in quella che passa per la migliore scuola "cattolica" di Milano, e dalla quale aspetto ancora scuse formali».
Chi era il suo molestatore?
«Il mio padre spirituale. Ovvero il sacerdote che era anche il mio confessore. Il massimo del tradimento, come vede, visto che il soggetto in questione aveva accesso alla mia anima, ai miei sentimenti più riposti. Era la stessa scuola, quella di Milano, in cui gli allievi venivano presi per le orecchie, fino a fargliele sanguinare, o in cui si amministravano ceffoni perché il malcapitato, a mensa, aveva fatto rumore giocherellando con il coltello e la forchetta sul piatto».
Quanto le è costato superare quel disagio?
«Un prezzo altissimo. Mi sentivo sporco dentro, inadatto al mondo. Per molto tempo, negli anni della formazione, ho pensato che non sarei stato capace di recuperare una dimensione di equilibrio. Anche solo l'idea di affermarmi professionalmente, di trovare un mio ruolo sembrava impraticabile, difficile, illusoria».
Talvolta, da episodi come quelli accaduti a lei, si esce con una sessualità disturbata. I rapporti col femminile, per esempio, diventano difficili, ambigui. Se non altro, pare che questo non sia stato il caso suo. Lei passa per un dongiovanni…
«Ma è proprio l'enorme insicurezza che ti porti dentro che scatena il desiderio di autoaffermazione. Come se dentro di te sentissi di dover dimostrare di essere all'altezza. Quanto al mito di don Giovanni ecco l’idea che me ne sono fatto. Avevo un analista, il cileno Ignacio Matte Blanco, allievo di Freud, che una volta mi disse di andare a vedere una statua di don Giovanni che campeggia su una pubblica piazza di Valencia, in Spagna. Ci andai. E vidi che il don Giovanni era alto un metro e 20. Voleva dir questo, l'artista che gli diede quelle ridicole dimensioni: che don Giovanni è un uomo piccolo, piccolo dentro».
I suoi genitori sapevano delle molestie da lei subite?
«No. Non gli avevo detto nulla. Mia madre, quando sentì quella confessione in tv me ne chiese ragione. Ma quando si è piccoli non è facile parlare di queste cose. A 8 anni uno pensa che se è successo, è stato per colpa sua. La sessualità, quando si è bambini, è ancora incerta. Si fa la lotta, ci si sfiora, si fanno giochi di ruolo… Quando invece ti tocca un adulto, entra in ballo il tuo potere seduttivo; ti senti responsabile dell'eccitamento prodotto, ti giudichi responsabile. È così che un bambino violato si chiude, perde stima di se stesso».
Tra le «riserve» in cui la pedofilia alligna e prospera ci sono proprio gli istituti religiosi, come abbiamo imparato dalla cronaca e come anche la sua vicenda insegna.
«La Chiesa ha una responsabilità enorme. E bene ha fatto papa Ratzinger a denunciare il fenomeno, scoperchiando il vaso di Pandora. Pensi che il più grande pedofilo americano è un uomo di chiesa, che ora vive indisturbato a Roma. Ma c'è anche il caso di quel Mancini, si ricorda? Dico quel pedofilo di Trieste che era un ricco concessionario di auto e si scoprì al centro di un traffico spaventoso di carne umana del terzo mondo. Sa che mestiere fa oggi? Ha un negozio di articoli per bambini. Grottesco, no?».
Perché ha dato il suo nome alla fondazione?
«Perché voglio che resti testimonianza di uno che ha avuto il coraggio di alzare la testa in un Paese in cui molti la abbassano. Sa, il nostro è un Paese di servi. Siamo quelli descritti da Tolstoj in Guerra e pace: gente disposta a dare anche la propria moglie agli invasori per un posto da fattorino, da usciere. Dignità: zero. Sarà dura, ma bisogna che la gente cominci a realizzare che il posto di chi sbaglia è la galera».