Barbareschi: «Farò l’emigrante Il teatro in Italia è senza futuro»

L’amaro sfogo dell’attore che sarà sempre più spesso in scena a Broadway

Enrico Groppali

Luca Barbareschi, che ogni sera ricrea mirabilmente sul palcoscenico il principe di Salina nella versione teatrale del Gattopardo diretta da Andrea Battistini (è in arrivo al Manzoni di Milano all’inizio di novembre) non conosce tregua. Di mattina gira una fiction per la tv tedesca, di pomeriggio, pianifica con lo scrupolo di un imprenditore la prossima trasferta a Broadway.
Non è eccessivo scindersi in due-tre-quattro personalità?
«Non per me, che ho cominciato al Piccolo di Milano facendo l’attore e contemporaneamente l’assistente alla regia del mio maestro Virginio Puecher. Un uomo che ti costringeva a fabbricare a mano il modellino della scena, a individuare i colori dei costumi, a studiare le musiche adatte a sottolineare l’azione o a surrogare un gesto. Una scuola che oggi, purtroppo, non esiste più».
Il perché di questa situazione?
«Il degrado della nostra bella Italia, che ha un solo nome: l’improvvisazione. Ma le pare possibile che oggi Shakespeare e Pirandello siano le scelte obbligate di chi, a teatro, vuol fare cultura? Da noi si abolisce con un tratto di penna il repertorio contemporaneo, regnano solo commedie d’evasione e classici mummificati. Per questo, piuttosto di rifarmi, un’altra volta, al passato ho scelto Tomasi di Lampedusa».
Che è il più contemporaneo dei contemporanei?
«Esattamente. Si ricorda la straordinaria battuta del principe Fabrizio quando afferma senza mezzi termini “da noi tutto si risolve in una romantica commedia dove le macchie di sangue stingono sulla veste di un buffone”? Dove trova nella letteratura, nel cinema, nella saggistica una frase mozzafiato come questa? L’unica che esprima il tristissimo concetto di una società che ha abiurato all’arte della ragione e all’introspezione del pensiero delegando tutto, dalle nomine alle scelte, al potere politico».
Dalla sua amarezza non s’intravede nessuna possibilità di riscatto. Ma lei ha recitato a Londra, ha studiato in America e oggi si appresta a dar la scalata a Broadway. Come mai è più facile amministrarsi in quei Paesi?
«Le spiego subito la differenza. In Italia, se ti capita di dirigere un teatro, questo avviene solo in base alla lottizzazione del potere. Non esiste, come in Gran Bretagna, il libero accesso alla direzione di un ente pubblico mediante l’audizione dei programmi che hai in testa e delle capacità rivelate in anni ed anni di carriera. A cui io sono stato lieto di concorrere, arrivando sesto dopo gli inglesi e primo tra gli stranieri, quando mi sono candidato al National e al Royal Court Theatre. Per questo, oggi, pur continuando la professione in Italia, porto dal maggio prossimo Chicago a Broadway e nel 2008 anche Sogno del principe di Salina. Ultimo Gattopardo oltreatlantico. Dopo tutto, sono un emigrante fin dalla mia venuta al mondo, non lo sapeva?».
Se non me lo dice lei, come potrei indovinarlo?
«Sono nato in Uruguay, ma nella mia formazione c’è stato ben altro. Vuol sapere come e perché sono arrivato al teatro?».
Sono tutto orecchi...
«Il mio bisnonno, Saverio Fini, è stato uno dei fondatori del Parlamento italiano, mia nonna è stata la prima donna a laurearsi in economia, mio padre salvò da un bombardamento una bellissima ragazza di nome Valentina Fortunato che poi è diventata l’attrice che sappiamo, mentre mia madre, in una crociera in Sud America, passò serate danzando a lume di candela con Lucio Ardenzi e Renzo Ricci. Con alle spalle una famiglia che fece della propria vita un teatro divertendosi a stabilire primati ed abbattere abitudini acquisite, come avrei fatto a scegliere la più vieta delle professioni borghesi?».
Non me lo chieda. Si è già risposto da sé. E la passione per il cinema? Possibile che nell’immediato non ci sia nulla che bolle in pentola?
«C’è, ci sarà, molto presto glielo dirò. Ma non adesso che sto raccogliendo le idee ed elaborando una nuova sceneggiatura. Ogni film ha una gestazione lenta, e in nessun caso si devono affrettare i tempi».
Che fine ha fatto Il trasformista, la sua ultima fatica?
«Ne è stata bloccata la programmazione, e perfino la messa in vendita in dvd».
Perché?
«Perché denuncia la corruzione del cosiddetto politically correct in un Paese come il nostro che obbedisce allo scandalo delle alleanze trasversali. Non le basta?».
Forse per questo sta girando, come attore, un thriller sul mercato d’arte per la televisione tedesca?
«Ma no, cosa dice? Quando mai i thriller rappresentano la realtà? Ci credeva solo un grande vecchio di nome Alfred Hitchcock».