Barbareschi: «Servillo non è il migliore»

L’attore parla di Nebbie e delitti 2 e accusa: «Piano occulto contro la fiction italiana» «Tony? È trendy ma recita sempre uguale»

da Roma

«Ormai sto invecchiando. Ho 52 anni, e mi sento definire sempre allo stesso modo: “È adorabile. Ma non è semplice”. Quando finirà questa storia? Forse finirò prima io. Vengo trattato come quando feci il mio primo film, a 18 anni. “È tanto bravo. Ma che razza di rompiscatole!”». Con epiteti simili e varianti analoghe, su e giù sulla scala che dal complimento corre all'insulto, lo definiscono anche in Rai. Dove ieri Luca Barbareschi presentava Nebbie e delitti 2, seconda serie dei gialli «padani», che, avvolti dalla nebulosa segretezza della provincia lombarda, già la scorsa stagione riscossero un buon successo. Ma nell'attesa di tornare a essere (da domani per sei venerdì in prima serata su Raidue) il solitario e brusco Soneri, commissario capo della Mobile di Ferrara, il «rompiscatole» non smette di praticare quella che, oltre il mestiere dell'attore, sembra essere la sua occupazione preferita. Andare in controtendenza.
È contento di questo ritorno fra le nebbie e i delitti?
«Certo. Soprattutto perché è un ritorno della qualità. Certi risultati non sono casuali: la prima edizione funzionò così bene perché dietro c’era un lavoro di squadra. Io non sono uno di quegli attori che pretendono di riscriversi le battute: a ognuno il suo lavoro. E qui battute, meccanismi narrativi, fotografia, regia, tutto funziona. Perché tutto è in mano ad autentici e talentuosi professionisti».
Allora la buona fiction vale il buon cinema.
«Buon cinema? E dov’è più, il buon cinema? Quando sento la gente del cinema che spara sulla fiction, affermando che sta uccidendo i set (l'ultimo della serie è stato Dario Argento) divento pazzo. Io vedo tante buone fiction. E vedo tanti, troppi film brutti. Girati male, recitati peggio. Mentre il controllo editoriale della Rai crea meccanismi virtuosi, diffonde qualità. Guardate La meglio gioventù: nata come fiction e divenuta grande cinema. Ma se sparisce anche quest'ultimo polmone di creatività italiana, anche il cinema muore. E il teatro verrà spazzato via da società straniere come la Endemol, che compera i teatri e produce quegli orrori dei reality».
Perché la fiction rischia di sparire?
«Sono mesi che denuncio il piano occulto con cui, non so da parte di chi e non so perché, si vuole affossare la fiction italiana. Pura follia, visto che è l'unica industria del'audiovisivo che funzioni nel nostro paese. Oggi le miniserie vincono in tv contro i film di Mel Gibson, che costano venti volte di più ma non propongono modelli in cui la gente comune possa identificarsi».
Come la spiega lei, certa spocchia che la gente di cinema continua a nutrire verso quella tv?
«Come dicono a Roma “je ce rode per gelosia”. Guardi come hanno accusato il povero Vincenzo Salemme: secondo loro doveva vergognarsi del successo del suo Sms. E perché mai? Io l'ho visto: è una commedia deliziosa. Ma in Italia il malinteso è sempre lo stesso: se non sei Autore, se non fai parte dello stesso club, della medesima conventicola, allora sei da distruggere. Scorsese o Spielberg non li scrivono mica, i loro film: li girano e basta. I nostri registi, invece, sono autoreferenziali. Fanno tutto loro perché sono autori. E infilano un brutto film dietro l’altro».
E quell'intervista in cui s'è definito «il miglior attore italiano»?
"Quella era una provocazione. È chiaro che non c'è e non può esserci un migliore. Ognuno è se stesso. Certo: leggere che l'inchiesta fatta in proposito dal Giornale ha assegnato la palma a Toni Servillo, mi lascia perplesso. Servillo non è bravo. È trendy. Ha girato solo tre film, dove oltretutto recita sempre allo stesso modo. E non mi pare che finora abbia dato prove di grande duttilità».