Barbarie da arginare

La pubblicazione delle intercettazioni sullo scandalo Savoia ha riacceso un dibattito ozioso e sterile: se sia maggiore la responsabilità dei magistrati o quella dei giornalisti. Un dibattito sull'uovo e la gallina, se non si considera che entrambe le categorie partono da un dato tanto oggettivo quanto mai ammesso, perché inammissibile, in ogni analisi: ovvero che il pubblico, i lettori, il popolo, la gente - insomma, noi tutti - proviamo un intimo e neanche tanto celato compiacimento nel vedere il potente, l'illustre, il famoso buttati nel fango dalle loro stesse parole, prima ancora che dai loro atti. Che poi le parole abbiano una corrispondente gravità giuridica e penale, non ha nessuna rilevanza per chi le legge, in quanto «si sapeva»: «lo sapevano tutti», che certe cose accadono, e vederle stampate su un giornale con le frasi dei protagonisti è una liberazione, prima ancora che una conferma.
Di destra o di sinistra, libertari e codini, colti e incolti, tutti siamo attirati come api al miele dall'esibizione della biancheria sporca altrui, figurarsi se è biancheria di seta e pizzo. È su questa certezza che si basano sia la disinvoltura di certi magistrati nel disporre le intercettazioni e nel renderle facilmente disponibili, sia l'incoscienza di certi giornali nel pubblicare anche il non pubblicabile: entrambe le categorie sanno che, facendolo, potranno incorrere in tutte le disapprovazioni etiche, deontologiche e morali del mondo, ma che avranno dalla loro parte un popolo assetato di giustizieri.
È a questo punto, dunque, che devono intervenire la politica, i politici: i quali sempre si compiacciono di paroloni come appunto etica, morale, deontologia: ma che ancora di più si compiacciono della caduta, sia pure con sgambetto, dell'avversario: guarda caso, le intercettazioni pubblicate sono quasi sempre contro chi sta all'opposizione. In più la classe politica sa, e non ammette, che porre limiti veri alle intercettazioni e alla loro pubblicazione andrebbe contro gli umori popolari, prima ancora che contro le caste della magistratura e del giornalismo. Da qui il lassismo legislativo che si ripete scandalo dopo scandalo. Ma la politica, come la giustizia e il giornalismo, devono basarsi sul rispetto dell'individuo, prima ancora che sul bene pubblico, perché senza rispetto dell'individuo non c'è neanche rispetto del bene pubblico.
Certe intercettazioni, oltre a coinvolgere persone che non c'entrano niente, gettano sull'individuo una macchia che va ben oltre la rilevanza penale dei fatti che gli si imputano, lo coprono di un'infamia pubblica che precede e supera in gravità l'eventuale condanna. È una barbarie cui la classe politica ha il dovere - etico, deontologico, morale - di porre un argine: contro gli interessi di qualsiasi casta e gli umori dell'elettorato.
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