Barbone bruciato solo per divertimento

Arrestati quattro ragazzi per l’aggressione al clochard di Rimini:
hanno tra 19 e 20 anni. Le telefonate dopo la sera di violenza: "Hai
visto che salto quando ha preso fuoco?&quot;. Il commento: <strong><a href="/a.pic1?ID=308707">&quot;Non è il Nordest e nessuno si indigna&quot;</a></strong>

Rimini - Sbruffoni ma anche preoccupati di finire in galera. I quattro giovani che due settimane fa hanno dato fuoco al clochard tarantino Andrea Severi di 44 anni, hanno confessato ieri mattina, ascoltando le intercettazioni dei loro stessi dialoghi al telefono.
«Hai visto come ha preso fuoco, come si scaldava?», comincia uno. «È andata così, era un figlio di puttana. Eravamo ubriachi, dovevamo vendicarci, avevamo trovato la tanica di vetro che faceva al caso nostro».

«La vendetta - spiega Nicola Vitale, capo della squadra mobile della Questura di Rimini - era legata a dichiarazioni che aveva rilasciato il clochard. Voleva aiutare i vigili urbani: nel caso avesse notato qualcosa di strano o qualcuno che si comportava male, lo segnalava alle forze dell'ordine».
E questo ai quattro non andava proprio giù, per principio. E allora si sono compiaciuti, anche a mente fredda, di fronte alla loro bravata che ha sfigurato quel povero barbone.
«Hai visto che fiammata, mentre stava dormendo? Hai visto che salto che ha fatto?».

Quando hanno letto sui giornali locali che la polizia era sulle tracce di un gruppetto, che attorno a loro si stava stringendo il cerchio delle indagini, hanno cambiato tono. L'ultimo bluff è andato in scena ieri: nel primo interrogatorio hanno negato, poi si sono arresi all’evidenza, inchiodati dalle microspie ambientali e dalle intercettazioni telefoniche.

Nei mesi scorsi avevano bersagliato Severi con sassi e mortaretti, la notte del 10 novembre gli hanno vuotato addosso la benzina, sulla panchina che era sua, in zona Colonnella, vicino al lungomare.
Alessandro Bruschi, 20 anni, barista, avrebbe materialmente lanciato il liquido infiammabile: accanto a lui c’erano Enrico Giovanardi, 19 anni, perito chimico che sta facendo il tirocinio; Fabio Volanti, 20enne studente universitario, e Matteo Pagliarani, 19 anni, elettricista. Tutti di buona famiglia, vivevano con i genitori. Mentre il barbone si contorceva tra le fiamme, loro sono scappati via senza soccorrerlo.
«Sono venuto in Romagna per lavorare - raccontava Severi -, do una mano ai vigili urbani, mi piacerebbe fare il loro lavoro. Ho perso mio padre, che portava i tir, e mia madre».
Nessuna compassione per quello sbandato che secondo il quartetto cercava guai.

L’operazione «Gioventù bruciata» è partita dalle testimonianze dei cittadini: uno aveva segnalato una G nella targa di una macchina che lasciava la zona a forte velocità proprio dopo il fatto, altri avevano sentito per caso in un bar (non dove lavorava Bruschi) del piano di attentato a un senzatetto.
Il procuratore di Rimini, Franco Battaglino, con il sostituto Davide Ercolani, insisterà per l’accusa di tentato omicidio, non semplicemente di lesioni volontarie.

Severi è ancora ricoverato all’ospedale di Padova, con ustioni di secondo e terzo grado su metà del corpo. Ha subito un primo trapianto di pelle, è atteso da una serie di operazioni analoghe nel reparto di chirurgia plastica, dovrà restare ricoverato per due o tre mesi. È sempre rimasto cosciente, eppure non ha mai voluto parlare dell’aggressione con la polizia e neppure con i giovani della Capanna di Betlemme: è una costola della comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da don Oreste Benzi, che aiuta i senza fissa dimora. Al momento l’uomo è ancora sotto choc, sta tentando di riprendersi, anche se porterà per sempre i segni di quella terribile violenza spacciata sotto il nome di bravata.