IL BARBONE

L’alcol gli ha rovinato la vita Ma ha vinto 2100 partite

da Washington

È una «celebrità locale», ma della capitale del mondo. Il piccolo regno di Tom Murphy è in una pausa architettonica tra i grattacieli, non lungi dalla Casa Bianca. Il Dupont Circle è, soprattutto da qualche anno, il posto dove la gente di Washington, suddivisa dal lavoro e dalle abitudini, si incontra a casaccio: ricchi e poveri, bianchi e neri, vecchi e ragazzini, suonatori di chitarra, pittori della domenica, giocatori di scacchi. Da meno di due mesi il re di questa pittoresca non comunità è un campione di scacchi. Prima Tom Murphy frequentava gli stessi posti e vi svolgeva le stesse attività, ma era soltanto un barbone.
Le celebrità del giorno d’oggi, si sa, hanno la vita breve oppure riescono a prolungarsela solo attraverso scandali spontanei o prefabbricati: divorzi, fidanzati e fidanzate sempre nuovi, guida senza patente, alcol, droga. Tom Murphy è un’eccezione: la sua celebrità potrà prolungarsi soltanto in assenza di scandali, il suo successo durare soltanto se lui saprà consolidare il suo addio alla droga, all’alcol, alle altre cattive abitudini. Conforta la speranza il dettaglio che a renderlo famoso è stato uno dei media della carta stampata, un po’ meno effimero di quelli elettronici: tredici pagine (gli americani contano con più precisione: 8.019 parole) e la foto in copertina del magazine della Washington Post. Titolo: «I giorni di Tom Murphy, campione degli scacchi da strada». Ma non lo si confonda con un fenomeno da baraccone: Murphy un campione lo è anche al chiuso, nei club, nelle statistiche che formano l’ossatura del mondo degli scacchi. Porta il titolo di esperto di prima classe, cui è arrivato con oltre 2.100 vittorie in tornei, gliene mancano 99 per salire al rango di Candidato Maestro. Gli manca solo il tempo per andare ancora più su, fra i Grandi Maestri internazionali. Tom Murphy ha quasi 50 anni e non li ha spesi bene. Solo la sua infanzia è stata confortevolmente normale, per un ragazzo nero di un piccolo paese sulla costa del South Carolina, molto simile all’isoletta dove Gershwin ha fatto vivere Porgy and Bess. I guai non cominciarono neppure quando i genitori si separarono e la mamma lo portò a vivere a Philadelphia: ebbe il tempo di sognare una carriera nel jazz, ma anche di cominciare a giocare a scacchi, su consiglio del suo insegnante di matematica. Venne la guerra, lo richiamarono in aviazione, voleva diventare pilota e fu solo meccanico.
Cominciò a partecipare ai tornei e ogni volta portava a casa almeno mille dollari. Solo che non faceva più altro e la monomania lo spinse nel pozzo della solitudine. I genitori, intanto, erano morti alcolizzati, la sua ragazza si suicidò, la successiva la sposò, ma durò solo tre anni. Gli disse: «O io o gli scacchi» e Tom scelse gli scacchi. Si prese un’altra moglie e si trasferì a Washington. E cominciò a frequentare Dupont Circle e a fare conoscenza con la droga. Un po’ la marijuana, poi la cocaina, gli arresti, sei mesi in carcere, dove ritrovò gli scacchi. Che gli salvarono, fra l’altro, la vita, perché con delle lezioni si conquistò le simpatie dei più temuti e violenti fra i carcerati, che tesero su di lui una mano protettiva. Liberato e pieno di buone intenzioni, cascò in trabocchetti nuovi: l’alcol e il poker, in cui perdeva tutto quello che guadagnava nell’altro gioco, quello della scacchiera. Gli portarono via tutto, cominciò a dormire nel parco. Non aveva telefono né conto in banca né futuro. E con il fisico segnato: gli occhi iniettati di sangue, i denti macchiati, il corpo cinquantenne non più flessibile, la pelle delle mani incuoiata. Una sola risorsa gli rimaneva: «vendere» la sua bravura di scacchista, impartire lezioni che sono poi sfide e scommesse. Anche chi lo va a intervistare paga la quota. Il minimo per un match è 20 dollari. Le partite possono durare anche eternamente, e allora Murphy ha rispolverato un’esperienza fatta in carcere: è a disposizione solo per un «blitz», una partita che dura cinque minuti in tutto. Lui pensa molto velocemente, i suoi sfidanti no, e cinque minuti bastano e avanzano per uno scacco matto. Tom è talmente fiducioso che offre, anzi, un «pacchetto» allettante: l’avversario ha cinque minuti per pensare, lui solo due, ma naturalmente vince sempre. Da qualche tempo ha raddoppiato le tariffe. Da quando, cioè, la Washington Post lo ha scoperto e sulla sua scia è venuta la televisione, per prima quella tedesca. Tom Murphy accoglie i reporter, adesso, in giacca e cravatta, sempre però su una panchina del Dupont Circle, tranne che quando piove, ché allora, segno di ritrovato benessere, se li porta in un caffè. Anche le sue risposte sono a tariffa, tranne quando lo interrogano sui campioni del passato, quelli che egli avrebbe potuto eguagliare, o almeno sfidare. Il suo preferito è Garry Kasparov, che ha potuto incontrare alcune settimane fa a Washington in una manifestazione politica: Kasparov, racconta Murphy è così aggressivo nei confronti di Putin, contro cui si è candidato, come lo era quando era in gioco il campionato del mondo. Lo preferisce a tutti, perfino al cubano José Raul Capablanca e a Bobby Fisher, il suo connazionale il più nevrotico campione in una disciplina, quella degli scacchi, che non conosce ai suoi vertici gente troppo placida.
Fisher infranse, negli anni Settanta, il monopolio russo sui campionati mondiali. La Russia allora si chiamava Unione Sovietica e Fisher aggiungeva alla sua sapienza una passione anticomunista confinante con la nevrosi: si sentiva continuamente spiato dal Kgb. Vinse e poco dopo scomparve, anonimo vagabondo nei recessi più opachi del pianeta: per riapparire a un campionato mondiale organizzato a Belgrado e boicottato dagli Stati Uniti. Violò il divieto, pronunciò sull’America frasi molto simili a quelle che un tempo riservava ai sovietici, più - lui ebreo - anche antisemitiche. Finì in carcere in Giappone in attesa di una estradizione che non venne, salvato inopinatamente dall’Islanda, che lo proclamò suo cittadino e fra le cui brume adesso vive.
Non solo la realtà, ma anche la letteratura è piena di esempi illustri di persone rovinate dagli scacchi. Si chiama «Schachnovelle» l’ultimo racconto di Stefan Zweig prima del suo suicidio. Tom Murphy si ricorda meglio degli eroi del cinema e delle loro «licenze». In Casablanca Humphrey Bogart si serve di una mossa proibita. In 2001 Odisseo nello spazio il famoso computer HAL 9000 batte un astronauta in tre mosse, falsificando il «percorso» della regina. Nel Settimo sigillo di Ingmar Bergman Max von Sydow gioca su una scacchiera dalle caselle invertite, bianco al posto del nero.
Ma si batteva contro la Morte.