Barca, il ministro anti Lega pentitosi dei fondi al Sud

Polemica sulla creazione del dicastero per la Coesione territoriale. Il neo titolare fa autocritica sugli aiuti al Mezzogiorno: "Attraggono imprese e teste peggiori"

L’hanno già battezzato il ministro anti-Lega. Fabrizio Barca avrà un portafoglio senza precedenti, quello della Coesione territoriale. Mentre sfumano le celebrazioni sull’unità d’Italia, ecco spuntare un baluardo a difesa della compattezza del Belpaese frammentato. Bossi e Calderoli vanno in archivio, e anche le politiche regionali di Raffaele Fitto: subentrano Barca e Andrea Riccardi, storico vicino al Vaticano cui è stata affidata l’integrazione e la cooperazione internazionale. Federalismo e immigrazione saranno affrontati dall’esecutivo Monti in modo opposto alla linea del centrodestra.

Barca, ovviamente, è un professore. Egli vanta un curriculum intellettuale e accademico di prim’ordine. Fu scoperto da Carlo Azeglio Ciampi, di cui è stato consulente in Bankitalia e al Tesoro. È un uomo di sinistra pur non avendo mai frequentato il partito da vicino e mantenendo il profilo tecnocratico del «gran commis». Suo padre Luciano fu partigiano, deputato del Pci, direttore dell’Unità, economista.

Fabrizio ora è direttore generale al ministero dell’Economia, ma era partito dal Servizio studi della Banca d’Italia, approdando poi alla guida del dipartimento per le Politiche di sviluppo e coesione dell’Ocse. Laurea in Statistica e demografia a Roma, master a Cambridge, «visiting professor» al Massachusetts Institute of Technology di Boston e alla Stanford University della California, quella della laurea ad honorem a Steve Jobs. Ha insegnato in mezza Italia (naturalmente anche alla Bocconi) e ha scritto vari saggi sull’impresa, le società, il capitalismo.

Di Barca viene magnificato il «ruolo chiave per la crescita dei processi di coesione in Europa»: non si direbbe, con l’attuale crisi e i contrasti che dilaniano i Paesi Ue. Ha fama di essere un grande esperto di federalismo. Lo si deve soprattutto a un’iniziativa che ebbe Barca tra i promotori: la cosiddetta Nuova politica regionale per il Sud. Fu lanciata a Catania nel 1998 da Giuseppe De Rita, presidente del Cnel, l’allora ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi e appunto Barca, pupillo dell’ex governatore di Bankitalia, che della Npr doveva essere l’esecutore tecnico.

La vicenda di questa antesignana del federalismo è raccontata in un libro da poco pubblicato, Mani bucate di Marco Cobianchi. Con la Npr lo Stato rinunciava a programmare interventi sul territorio, delegando le amministrazioni locali e le parti sociali. «I sindacati avrebbero accettato per un periodo limitato condizioni peggiori per i dipendenti, gli industriali si sarebbero impegnati a investire, le amministrazioni locali a sveltire le procedure, lo Stato a investire fondi europei o nazionali», scrive Cobianchi. Ognuno rinuncia a qualcosa, tutti si impegnano per importanti obiettivi: era un anticipo del governo Monti.

Lo strumento principale di questo strano federalismo era il patto territoriale. Oggi il 71 per cento delle risorse pubbliche destinate alle imprese viaggia attraverso il patto e l’80 per cento degli abitanti del Mezzogiorno vive in zone che applicano tali accordi. Risultato? Un disastro. Secondo la Corte dei conti, tra il 1999 e il 2009 sono state avviate 5.967 iniziative imprenditoriali attraverso i patti territoriali contro le 11.422 previste. Metà. Dei 4,6 miliardi di euro pubblici stanziati, ne sono stati erogati soltanto 2,9. E di questi, 130,5 milioni sono da recuperare perché finiti nelle mani sbagliate.
Bankitalia, nel cui Servizio studi si è formato Barca, giudica inutile la Npr: «Le dinamiche dell’occupazione nei comuni appartenenti a un patto territoriale non si differenziano sostanzialmente da quelle di comuni che non hanno aderito all’iniziativa, pur avendo prima dell’intervento caratteristiche simili a quelle dei comuni finanziati».
Ciononostante, si continuano a firmare patti territoriali. L’ultimo riguarda la Fiat di Termini Imerese, stabilimento che pare destinato a chiudere dopo aver incassato sovvenzioni pubbliche.

Merito di Barca è aver ammesso il fallimento della programmazione negoziata. «Ogni tentativo di manipolare l’economia e la società del Mezzogiorno - ha detto nel 2009 a un convegno di Bankitalia - con sussidi, gabbie salariali, imposte differenziali o esenzioni d’imposta, è destinato ad attrarre le imprese e le teste peggiori, a richiamare investimenti e imprenditori “incassa e fuggi”».