Il Barcellona è il più grande di tutti? Real Madrid, Ajax e Milan un po’ di più

La classifica degli squadroni di sempre: oltre ai grandi campioni conta leadership e originalità del gioco. Ora
c’è Messi, ma allora dominavano Di Stefano, Cruyff, Van Basten

E adesso dove lo mettiamo? Dove mettiamo questo Barcellona nella storia calcistica delle grandi squadre europee? Domanda spontanea, anzi tipica per noi affezionati al gioco delle parti, delle contrade e ingolositi dal calcio fantasticato, se non fantastico. Perché è fuor di dubbio che il Barça di Guardiola è grande, anzi già grande, e probabilmente diventerà indimenticabile. Certamente per i risultati, ma anche per quella particolarità che fa grandi le squadre: saper imporre il proprio marchio che significa gioco, personalità, originalità. Per una volta ha ragione Arrigo Sacchi, quando dice: fa testo la leadership del gioco. Ci fu L’Equipe, quotidiano sportivo francese di gran qualità, che un giorno scrisse: «Visto questo Milan, il calcio non potrà essere lo stesso». Si riferiva, appunto, al Milan di Sacchi e l’interessato, appunto l’Arrigo, ci ha messo nulla a ricordarlo, ben sapendo che questo Barcellona è su quella strada. Anzi, visto quanto ha già vinto, con tanto di Messi, si è portato avanti.

Dunque, andiamo con ordine. Se ricordiamo (ormai pochi) le potenzialità e la grandezza dei giocatori della nazionale ungherese, anni ’40-’50, nessuno potrebbe tralasciare l’Honved di Budapest dalle prime dieci squadre di sempre in Europa. Questioni politiche e i tempi ne fecero solo un’incompiuta del grande calcio. Però non andava dimenticata. Invece se vale l’insieme di una storia calcistica, tanto di chapeau alle epopee del Real Madrid e del calcio spagnolo che ci ha regalato gioielli prima a Madrid poi a Barcellona. Spagna più di tutti e le italiane nel nome di Inter e Milan a seguire (e una volta partecipare alla vecchia Coppa dei Campioni era più difficile che fare oggi la Champions).

Il Real degli anni ’50 si cibò di grandi stelle: Di Stefano e Puskas, Gento, Kopa e Santamaria. Pochi ormai hanno ricordi dal vivo di Alfredo Di Stefano, ma un sicuro intenditore come Luis Suarez lo ha definito giocatore da sogno, il più grande mai visto. Quindi se pensiamo a Pelè e Maradona, se oggi ci godiamo Messi, non dobbiamo farci ingannare dalla lontananza temporale e dimenticare cos’era Alfredo Di Stefano, calciatore universale o cos’è stato Johan Cruyff, profeta del gioco totale. Dici Cruyff e ripensi all’Ajax che inventò una formula, un modo di giocare esattamente come ha fatto il Milan di Sacchi negli anni novanta e questo Barcellona di Guardiola. Forse l’Ajax è stata la squadra più vicina al Barça, o viceversa.
Dunque, nella nostra classifica, ovviamente discutibile e non assoluta (1° Real, 2° Ajax, 3° Barcellona, 4° Milan) salta all’occhio la dote comune: la leadership del gioco, soprattutto delle novità di gioco o dell’eccellenza di un modulo.

Contento Sacchi? Che però non può essere disgiunta da un’altra qualità assoluta: la qualità assoluta dei giocatori. Il Real con i campioni già citati, l’Ajax di Cruyff, Neeskens, Krol, il Barça di Messi, Iniesta e Xavi, il Milan di Baresi, Van Basten e Gullit che, secondo l’inglese «World soccer» è considerata la squadra più forte di sempre. Epopea avviata da Sacchi e conclusa da Capello: in tutto 5 finali e tre successi in 6 anni. «Forse questo Barcellona è più spettacolare di noi, riconcilia con il calcio, ma una squadra latina come la nostra gli avrebbe creato più difficoltà», parola di Franco Baresi.

Le altre vengono dietro: il Bayern del mitico Beckenbauer e di Gerd Muller, l’Inter di Herrera con Mazzola e Suarez che vinse due finali ed una la perse, il Liverpool di Kennedy e Dalglish poi svanito con l’Heysel, il Manchester United di questi dieci anni sempre nell’eccellenza europea, il Real fine anni ottanta, nato dalla «Quinta» del Buitre (ovvero Butragueno, Sanchis, Martin Vazquez, Michel e Pardeza) poi confluita nella squadra dei Galacticos degli anni 2000.
Pensi a queste e non c’è gioco con le altre: si tratti del Milan di Rocco, dell’Inter di Mourinho o del Nottingham Forest anni ’80. Belle squadre, ma di passaggio.