Barclays-Abn, soci in marcia contro Groenink

da Milano

Smembrare Abn Amro disperdendone i resti sul mercato così da ricavare il massimo: a chiederlo, dopo oltre sei ore di serrato dibattito, è stata ieri l’assemblea dei soci (67,9% i voti favorevoli). Lo spezzatino è solo una delle ipotesi insieme alla vendita in blocco o a eventuali fusioni ma, malgrado gli sforzi del consiglio di amministrazione, a prevalere è stata quindi l’idea del fondo hedge «ribelle» Tci (cui fa capo il 3% del capitale) di valutare «qualunque possibilità» per il futuro del gruppo. Uno schema che, per quanto Abn continui a lavorare all’asse con Barclays, pare un atto di sfiducia verso l’operato dell’amministratore delegato Rijkman Groenink che nel corso dei lavori assembleari aveva definito Londra un alleato «ideale» e la sua offerta «fantastica», superiore «a qualunque cosa».
Spaccatura cui si somma l’acuirsi del braccio di ferro con Royal Bank of Scotland, Fortis e Santander. La cordata, che ha presentato un’offerta informale da 72 miliardi alternativa a quella di Barclays (67 miliardi) con l’obiettivo di smembrare il gruppo, si è infatti scagliata contro la decisione di Amsterdam di vincolare l’avvio della due diligence Abn Amro alla rinuncia per 12 mesi di ogni offerta diretta agli azionisti senza il consenso del board. In pratica un’altra pillola avvelenata per gli scozzesi dopo la cessione di LaSalle a Bank of America per 21 miliardi. Groenink ha lasciato aperta la porta a un eventuale pretendente che offra di più, «circa 23-24 miliardi» e secondo alcune indiscrezioni Rbs avrebbe deciso di passare al contrattacco con due offerte distinte per Amsterdam e la controllata Usa. Ma la vicenda di LaSalle è stata duramente contestata dai soci dell’associazione «Veb» che hanno minacciato azioni legali. Il banchiere si è affidato alle braccia di Barclays per difendere l’integrità del gruppo che ha chiuso il primo trimestre con profitti in crescita del 25% a 1,22 miliardi.
Esigenza condivisa dalle forze sindacali, ieri impegnate a picchettare la sede della banca, ma non dalla maggioranza dell’assemblea che vuole invece «massimizzare il valore per gli azionisti». Malgrado sia stata respinta sia la proposta di restituire alla base tutti i proventi delle cessioni sia lo stop a teoriche acquisizioni, l’opzione spezzatino avrebbe ripercussioni immediate in Italia. Dove Amsterdam ha il pieno controllo di Antonveneta e l’8,6% sindacato di Capitalia. Groenink ha assicurato «pieno sostegno alla strategia e agli obiettivi operativi» dell’istituto guidato da Cesare Geronzi di cui Amsterdam «è un azionista costruttivo». Capitalia è una «pedina importante nello scacchiere italiano. Non ho mai detto che non siamo interessati», ha proseguito il banchiere ribadendo come il mercato della Penisola sia in rapido consolidamento: «Vogliamo essere nel gioco che è anche un buon investimento finanziario». Parole che hanno catturato l’interesse di Piazza Affari dove il titolo ha segnato scambi intensi (più 0,16% il prezzo in chiusura). Nei piani di Rbs, sia Capitalia sia Antonveneta sarebbero invece il premio del Santander.