Dalla Bardot a Flaiano la vita dei fratelli Vanzina

Enrico racconta la sua famiglia, gli amici del padre Steno, i divi del cinema. E quel ciak imbarazzante con Orson Welles

Mai dare del tu ai camerieri, mai ordinare le polpette, mai bere il vino della casa, mai lasciare mance esagerate, mai entrare troppo in confidenza col proprietario. Non parlò così Monsignor Della Casa, bensì Enrico Vanzina, evidente uomo di mondo, oltre che popolare uomo di spettacolo. La ricetta, forse un po’ sorpassata, per vivere bene in trattoria, «un idillio che può durare tutta la vita», si estende, volendo, agli alberghi, alle amicizie e ai rapporti di lavoro. In sessant’anni, anzi sessantuno, di vita e quaranta di attività, Vanzina secondo (il primo è il celebre e amatissimo papà Steno, il terzo è il non meno amato e ormai altrettanto famoso fratello minore Carlo) ha imparato l’arte sottile della diplomazia e del quieto vivere, che sono poi la stessa cosa. Qualità (?) che emergono in pieno nel divertente, scorrevole e qua e là amaragnolo Una famiglia italiana, vanziniano romanzo-diario (Mondadori, 158 pgg, 18 euro), che parla di cinema e di affetti, di amori e di amici, di attori e di tv, con spreco di superlativi (intelligentissimo, simpaticissimo, elegantissimo) e scrupoloso dosaggio delle frecciate. Mai cattive in verità. La prefazione è del già citato, inseparabile, almeno artisticamente, fratello Carlo, che con ammirevole sintesi, parla di sè in due paginette e mezzo, citando tre favolosi pezzi d’antiquariato cinematografico, Billy Wilder, Brigitte Bardot e Peter Sellers, che, accanto al centravanti della Roma di mezzo secolo fa Manfredini, sì proprio lui il leggendario oriundo Piedone, e al risotto allo zafferano, fanno un menu da leccarsi i baffi. Completato dal budino alla crema con le banane tagliate confezionato ogni domenica da mamma Maria Teresa. Buona lettura, conclude Carlo, avvertendo che il libro di Enrico è «un viaggio in una famiglia nata alla fine degli anni Quaranta, che attraversa metà del ventesimo secolo e oltre.

Un viaggio pieno di personaggi e di luoghi fantastici». Tutto vero. Ecco le cene a casa Vanzina, anfitrione ovviamente papà Steno, con Ennio Flaiano e Ercole Patti. I due formavano una coppia «sensazionale», l’uno «apprezzava di Patti lo spessore letterario», l’altro riteneva Flaiano «troppo intelligente e anticonformista per vivere nell’Italietta cattomunista degli anni ’50. Era la vera spina nel fianco degli intelligenti cretini. Insomma, della cultura ufficiale. Con loro, Papà rideva fino alle lacrime». A mettere insieme le amicizie famose di Steno ci vuole un archivio. Angelo Rizzoli, Carlo Ponti, Fellini, Suso Cecchi D’Amico, Mario Camerini, Panelli, Rascel, Aldo Fabrizi, Walter Chiari, Vianello, Mario Mattoli, Blasetti, Dino De Laurentiis, Totò, De Sica. Insomma, si fa prima a dire chi, nel gotha cinematograficosi italiano, non frequentasse assiduamente i Vanzina. Compresi dunque i piccoli Enrico e Carlo, cresciuti a pane e spettacolo. Aneddoti? Ce n’è da metter su un negozio. Come Faye Dunaway che lasciò Marcello Matroianni «più interessato alla pasta e fagioli che a lei». O Diego Abatantuono, talmente appassionato di calcio in tv, che «sta sveglio fino alle quattro di notte a guardare anche il campionato greco».

E che dire del conte-attore emigrante per caso Galeazzo Bentivoglio, in arte Benti, su imposizione del furibondo nonno? «Arrivava a casa nostra e ci raccontava del Venezuela. Incredibile, spiegava, lì mi prendono sul serio». Forse pochi sanno che «l’unico attore che mise in soggezione Papà Steno fu Orson Welles. Raccontava Papà che il primo giorno di riprese di «L’uomo, la bestia e la virtù tratto da Pirandello, non trovava la forza di dire “motore”, avendo il più grande regista del mondo proprio lì, a fare l’attore per lui. Disse a Welles: “Vuole darlo lei il motore?”. Welles rise e e rispose: “No, dottor Steno, faccia lei”». Compare perfino Montanelli nell’inedita veste di critico cinematografico, pronto a bocciare un non meglio precisato film di Steno. Qualche anno dopo a una cena, «Indro vedendo Steno arrossì e andò a scusarsi con lui. Disse: “Sai Steno, io quel tuo film che ho stroncato non lo avevo nemmeno visto. Mi serviva per parlare male del cinema italiano”». Non nasconde Enrico Vanzina di essere un grande appassionato di donne. Belle, si presume, anche se per rispetto alla devota, e paziente, moglie Federica, si limita all’essenziale del suo albo d’oro di conquistatore. Tipo questa lapidaria rivelazione: «La mia prima “fidanzata” fu Barbara Mastroianni. La figlia di Marcello. Quando ci ripenso mi accorgo, sul serio, che il cinema ha davvero incasinato la mia vita». Buffo, ma anche questo vero, sapete chi fu uno dei primi complici di scorribande amorose del giovane Enrico? Nientepopodimenoche l’insospettabile Luca Cordero di Montezemolo, complice di un viaggio a Cortina, con sosta prevista di tre giorni ed effettiva di trenta. Grazie a tale Jane per l’improvvisato pianista di piano bar Vanzina e di una innominata, e probabilmente innominabile, signora del Nord Est per il nobile partner. Tra sessantadue foto, manco a dirlo di famiglia, spunta qualche aforisma sparso a interrompere ricordi, pensieri, pillole di filosofia, raffronti nostalgici con un irripetibile passato («Perché dovrei interessarmi ai posteri? Cosa hanno fatto i posteri per me?» Groucho Marx). Merce contagiosa, tanto da spingere Enrico Vanzina a piazzarci, con un pizzico di vanità, i suoi. Almeno uno sublime: «La politica consiste nel convincere qualcuno a votare per te sulla base di un programma. Spesso, televisivo».