Barenboim, il furbetto degli applausi

Direttore d’orchestra, sovrintendente e vip uniti nella lotta contro i
tagli. Con dichiarazioni tanto a effetto quanto retoriche. Facile
ergersi a paladini della cultura senza fare proposte

È difficile stabilire se siano più noiose le proteste, ogni volta diverse, esposte violentemente in vetrina, a tutte le «prime» della Scala; o siano più banali le denunce, sempre uguali, lanciate solennemente davanti al pubblico ammaestrato, contro i tagli alla Cultura. In un caso e nell’altro, la discriminante è che ci sia di mezzo un governo di Destra, zona dell’emisfero politico-intellettuale geneticamente inadatta, per statuto della Sinistra, a elaborare concetti come Teatro, Lirica, Cinema, Spettacolo, Televisione di Qualità...

Ergersi a wagneriani difensori del Bene e del Bello come hanno fatto l’altra sera il sovrintendente della Scala Stéphane Lissner e direttore d’orchestra Daniel Barenboim, proclamandosi coraggiosi paladini della Cultura contro il malefico Cavaliere e i suoi funesti ministri che la vogliono distruggere, strappando così il facile applauso della platea e del palco reale, è un esercizio tanto retorico quanto stucchevole. E comunque demagogico. Salire in cattedra dicendosi «profondamente preoccupati per il futuro della cultura nel Paese» come ha fatto Barenboim prima di leggere l’articolo 9 della Costituzione è soltanto fare teatro: è pretestuoso e inappropriato. È lanciare la polemica per puro spirito antigovernativo, un gesto stra-ordinario, nel senso di fuori dalla norma, cioè mai accaduto prima al Piermarini. E che non avrebbe avuto luogo se a Roma ci fosse stato un esecutivo di colore diverso dall’attuale. Altro che gesto «civile». Ruffiano. Chi in sala ha applaudito o annuito alle inutili boutade buoniste, o è fazioso o non ha capito.

Lasciarsi andare, come Lissner davanti ai «suoi» scaligeri, ad appelli del tipo «Potrete sempre contare su di me per difendere il nostro Teatro: il nostro futuro non potrà che essere una missione culturale», è pomposo. E proclamare, come Barenboim, che «Tagliando la cultura si taglia l’anima dell’Italia», è populistico. Declamare cose del genere in un contesto del genere significa candidarsi allo spot del Gratta e Vinci, quello con lo slogan «Ti piace vincere facile?». Clap clap, si applaude.

I famigerati «tagli» - per ora non definitivi perché lo stesso Ministro dei Beni culturali si è impegnato a ottenere dal Governo il reintegro del Fondo unico per lo Spettacolo - sono nello specifico un modo per ridurre gli sprechi e valorizzare le eccellenze, e in generale una necessità per tenere in ordine i conti del Paese, premessa obbligata per far ripartire lo sviluppo e assicurare il finanziamento di ogni attività, comprese quelle culturali. Come ben sanno coloro che le gestiscono, anche se preferiscono far finta di non capirlo.

Si irride il titolare del ministero dei Beni culturali, si criticano i tagli, si dà ragione indistintamente a ogni tipo di protesta, ci si riempie la bocca di retorica astratta e poi ci trova le mani vuote di proposte concrete.

È esattamente come la riforma dell’Università. Non la si contesta per il contenuto, ma per attaccare il ministro e il Governo che la propone.
Si definisce «pretestuoso»: una motivazione plausibile ma non vera, adottata per mascherare il vero motivo di un comportamento, o di una scelta. Quasi sempre politica.

Un esempio tra i tanti. Quando, nell’ottobre del 2005, il ministro Tremonti, esattamente come accade oggi, annunciò tagli ai Beni culturali (retti all’epoca da Buttiglione), e in particolare al Fondo unico per lo Spettacolo, l’intellighenzia del cinema e del teatro fu scossa da un violento sussulto di passione civile. Attori, registi, comici, piccole sterlette e grandi maestri scesero in strada, occupando l’ex cinema Capranica a Roma per appoggiare lo sciopero indetto dai lavoratori dello spettacolo contro il governo Berlusconi. Alla «marcia dei vip» parteciparono tutti: Monicelli, Benigni, Ghini, Proietti, Placido, i fratelli Guzzanti, Mastandrea, la Melato, Bertolucci, la Dandini...

Poi Berlusconi cadde, l’Italia improvvisamente rinsavì, il Bene trionfò, ma purtroppo le cose per la Cultura - della quale in verità di solito se ne frega sia la Destra che la Sinistra - rimasero uguali. Poco mesi dopo, nel giugno del 2006, il ministro del governo Prodi Tommaso Padoa-Schioppa annunciò un drastico taglio ai Beni culturali (all’epoca il titolare era Francesco Rutelli), calcolato in un quarto delle risorse e il 50 per cento degli investimenti. Gli artisti, però, curiosamente non fecero sentire la loro voce, non scesero in piazza, non protestarono, non si indignarono.

Quell’anno alla Scala c’era l’Aida di Franco Zeffirelli, e andò tutto benissimo. Fuori le rituali, ma limitate, contestazioni. Dentro, un successo. Prodi commentò: «Una serata che vale molto». E Rutelli: «Tutti eccellenti». Il sovrintendente della Scala e il direttore d’orchestra non fecero commenti.