Barenboim: suono Bartók e mi alleno per Wagner

Il direttore lunedì alla Scala Aprirà poi la stagione il 7 dicembre con «Tristano e Isotta»

da Milano

Direttore d’orchestra, il ruolo del comando, il mestiere da cuore di marmo e tempra inflessibile. Nulla di più falso, è un vecchio cliché ci spiega Daniel Barenboim, artista che da anni calca i podi che contano: stabilmente (a Chicago e a Berlino), saltuariamente (praticamente i maggiori). E a fasi alterne, ma con tendenza alla stabilità: il caso della Scala dove Barenboim veste i panni di Maestro scaligero. «Non è motivo di grande soddisfazione per un direttore riuscire a far suonare le orchestre come lui vuole. L’arte di dirigere sta nel permettere che tutti possano respirare la musica nello stesso modo, come si trattasse di un solo polmone». Sentore di affinità elettive, ci confessa, avvertito subito due anni fa, alla testa della Filarmonica della Scala per un concerto che lo vedeva tornare dopo trent’anni d’assenza. E da allora il rapporto con la Scala si è saldato fino all’incoronazione di lunedì che lo vedrà condurre la Filarmonica scaligera inaugurando la stagione sinfonica. Fra un mese, firmerà Tristano e Isotta di Wagner aggiudicandosi così anche l’apertura del cartellone d’opera. Lunedì al suo fianco ci sarà il cinese Lang Lang, stella del pianismo di ultima generazione, impegnato nel Secondo Concerto di Béla Bartók.
Perché Lang Lang e perché Bartók?
«Io voglio bene a Lang Lang, studia con me da sei anni. Suona questo Concerto mirabilmente».
E poi Wagner: un test per il Tristano del 7 dicembre?
«Queste pagine ci aiuteranno a trovare un linguaggio comune per Wagner».
E con Patrice Chéreau, regista di Tristano, come vanno le cose?
«Non conosco registi che abbiano le sue capacità di analisi del testo. È anche un grande attore, sa dare ai cantanti indicazioni precise dei movimenti, anche minimi: non ha solo belle idee, non è pura teoria. Tristano, inoltre, è la base della nostra amicizia».
Sempre a proposito delle relazioni direttore-orchestra. Cosa dire del caso Simon Rattle-Berliner?
«Quando c’è un direttore stabile, affiorano dicerie varie, è un classico. Credo che Rattle abbia grandi qualità e che faccia ciò per cui è stato scelto».
Cosa risponde agli agenti e ai teatri che chiedono alle orchestre russe di suonare Ciaikovskij, alle tedesche Beethoven e alle italiane Verdi?
«Credo all’esistenza di un suono nazionale, ma allo stesso tempo ritengo che un’orchestra d’alto livello debba sapersi esprimere in tutte le lingue. Se io avessi dovuto dirigere solo musiche del mio Paese, l’Argentina, sarei stato il direttore del tango».
Le orchestre e il disco. Come vede questo rapporto? La Filarmonica non dovrebbe ambire a una maggiore visibilità discografica?
«C’è chi afferma che il disco sia morto, e talvolta lo penso pure io. Ora l’attività discografica è assai meno importante di quanto lo fosse dieci anni fa. Ma c’è pure del buono in tutto questo, i Wiener mi hanno spiegato che ora, svincolati da obblighi d’incisione, possono suonare di più in giro per il mondo».
L’Argentina è fresca d’elezioni. Soddisfatto dell’esito?
«Non conosco abbastanza il nuovo presidente. Mi sembra una donna abile e simpatica, staremo a vedere. Mi fa piacere che Argentina e Cile siano condotte da due donne. L’Argentina è difficile da governare, era un Paese fra i più ricchi del mondo, poi nell’ultimo cinquantennio ha conosciuto gli estremi, altalenandosi fra dittatura e caos politico».