Bari stronca Woodcock: Lavitola non va arrestato Ora chi risarcisce il Cav?

di Fabrizio Rondolino

Nei contorti e complessi rapporti fra magistratura militante e politica vi sono alcuni punti fermi: il primo, naturalmente, è Berlusconi. Per decollare, un’inchiesta deve per forza vederlo protagonista. Non importa come, quando, perché: l’essenziale è che il suo nome compaia negli atti, di norma accompagnato da un fiume di intercettazioni desolatamente prive di notizie di reato, ma sontuosamente farcite di chiacchiere intime, pettegolezzi e variegato sputtanamento personale.
Il secondo punto fermo è che ogni inchiesta uscita dalla fantasia galoppante di Henry John Woodcock è inesorabilmente destinata a naufragare nel ridicolo. Il che segna senz’altro un punto a favore di quell’altra parte della magistratura che preferisce fare il suo lavoro anziché esibirsi sui giornali; ma, allo stesso tempo, crea una serie di danni collaterali cui è impossibile porre rimedio. La vita privata delle vittime di Woodcock e dei suoi complici è distrutta per sempre; la loro immagine è gravemente lesa; l’opinione pubblica non sa a chi credere; la giustizia diventa un’appendice nauseabonda della lotta politica. Del resto, l’obiettivo dei magistrati militanti non è mai istruire un processo (dal quale uscirebbero a pezzi), ma conquistare le prime pagine e demolire la reputazione del presidente del Consiglio.
Sabato scorso il procuratore aggiunto di Bari Pasquale Drago ha depositato nell’ufficio del Gip le sue conclusioni sull’inchiesta - nata a Napoli, passata brevemente per Roma e approdata infine nel capoluogo pugliese - sui rapporti fra Berlusconi, Lavitola e Tarantini. E le conclusioni di Drago sono a dir poco clamorose: non c’è nessun motivo di arrestare Lavitola, Berlusconi non va iscritto nel registro degli indagati né tanto meno inquisito, e l’intera inchiesta potrebbe addirittura essere archiviata. Insomma, non ci sono prove di sorta che confermino il teorema napoletano, secondo cui il premier avrebbe fatto pressioni su Tarantini (attraverso Lavitola) per indurlo a mentire nell’inchiesta sulle escort. Tutt’al più, come inizialmente ipotizzato proprio dai pm di Napoli, Berlusconi sarebbe vittima di un’estorsione.
Tutto risolto, dunque? Niente affatto. Restano le mille intercettazioni, le frasi rubate al telefono e sparate in prima pagina, le illazioni e le allusioni. Resta la spazzatura. Restano le faide fra procure e pm. E resta il fatto, talmente macroscopico da apparire incredibile, che il presidente del Consiglio di un paese in piena crisi finanziaria e sotto attacco sui mercati internazionali è stato investito da un vero e proprio bombardamento mediatico-giudiziario che non ha giustificazione alcuna, che probabilmente non ha spostato un solo voto, ma che in compenso ha inflitto un colpo grave al Paese in una situazione di particolare delicatezza e difficoltà.
L’aspetto più surreale - ma bisognerebbe dire più delinquenziale - dell’intera vicenda, almeno per chi ha a cuore le sorti e il senso stesso della giustizia in Italia, è che l’inchiesta di Woodcock e dei suoi complici non avrebbe mai dovuto neppure iniziare, perché la procura di Napoli non aveva alcuna competenza per occuparsi della vicenda.
Gli avversari di Berlusconi - che hanno naturalmente tutti i diritti a contestare e a combattere politicamente il presidente del Consiglio, a chiederne le dimissioni o a denunciarne i limiti e gli errori - dovrebbero riflettere con attenzione su quest’ultima, tragicomica vicenda. Perché è ormai evidente a tutti che su questa strada - sulla strada cioè dell’uso illegale della legge - non si va da nessuna parte. Anziché colpire Berlusconi, in questo modo si colpisce la magistratura. Che non è fatta soltanto di Woodcock e Lepore, grazie al cielo, e che tuttavia dal loro disinvolto operato, come da quello di altri pm, esce gravemente indebolita e minata nella sua credibilità generale. Se viene meno la certezza della legge, se ogni magistrato può inventarsi l’inchiesta che preferisce, indipendentemente dalla competenza territoriale e dalle prove raccolte, se i processi muoiono prima di nascere perché non possono legalmente essere celebrati, il danno è devastante, e colpisce tutti. Anche, e forse soprattutto, coloro che legittimamente aspirano a sostituire Berlusconi alla guida del Paese, e che domani, se mai arrivassero al governo, sarebbero anch’essi (come già sono stati) vittime impotenti di una setta di magistrati fuori controllo.