Da Baricco un film cervellotico Beethoven è sotto processo

&quot;Lezione 21&quot;, prima prova alla regia dello scrittore, è uno studio sulla Nona sinfonia. <strong><a href="/a.pic1?ID=282735">Salvatores : &quot;Ecco il mio thriller sull'adolescenza&quot;</a></strong>

Locarno - Lo spettatore medio, che non è un'astrazione simbolica, ma fa testo e cassetta, potrebbe ululare andando a vedere Lezione 21 (da ottobre nelle sale), film d'esordio dello scrittore torinese Alessandro Baricco, che stavolta dice la sua a proposito del compositore tedesco Ludwig van Beethoven. Troppo grande, per lui, troppo imbalsamato nella retorica contemporanea e, dunque, da demistificare a colpi di... già, di che cosa? Il film (ieri in Piazza Grande), recitato da bravi attori inglesi (Noah Taylor, Clive Russel e, soprattutto, John Hurt nel ruolo d'un professore genialoide), di fatto si presenta come un agglomerato di bellurie saggistiche, approfondendo, come fa in un'ora e quaranta, uno studio critico della Nona sinfonia, tramite quattro storie intrecciate avanti e indietro nel tempo.

Naturalmente, qui non basta combattere il tedio da arrovellamento, ma occorre conoscere le composizioni beethoveniane fin nella partitura, e, di converso, l'Inno alla gioia del sommo Schiller (rivale di Goethe), sotteso alla Nona sinfonia, pena il non comprendere le infinite sottigliezze della sceneggiatura baricchiana, densa di citazioni colte e rimandi a chiave. Insomma, siamo dalle parti del sogno fatto sognare a dispetto dei santi, ma tant'è: Baricco, anche socio della casa produttrice Fandango (quella di Gomorra), tenta il grande salto. «Il mondo della letteratura è diventato periferico», sostiene, «preferisco stare al centro della scena, per il tramite del cinema». E mentre si accinge a scrivere un nuovo romanzo, già pensa al prossimo film. Dopo il trionfo, nel 1994, del monologo teatrale Novecento, trasposto in cinema da Tornatore (La leggenda del pianista sull'Oceano, presentato in Piazza Grande nel 1999), l'eclettico autore aveva una voglia matta di passare dietro alla macchina da presa.

«Questa storia, nella mia mente da tempo, non potevo che girarla io, con l'aiuto del disegnatore Tanino Liberatore, che ha subito capito i miei personaggi», argomenta. Il titolo del film allude a una «fantastica» lezione del professor Killroy (John Hurt), che s'industria a dimostrare come circolino troppe opere sopravvalutate. Dal Partenone all'Ulysses di James Joyce (e qui, potremmo esser d'accordo), perché non buttar giù anche Ludwig? «Non amo il rapporto che la cultura ufficiale ha con Beethoven. Solo da uno sguardo laico può nascere una nuova valutazione: a un uomo del 2008, Beethoven, visto di fronte, dice poco. Meglio spostarsi di fianco», suggerisce. Durante la proiezione, qualcuno l'ha accontentato, girandosi di lato per schiacciare un sonnellino. Un po' Greenaway (i personaggi in polpe, che raccontano in primo piano), un po' teatro settecentesco (un veliero tra i ghiacci, la lentezza narrativa), Lezione 21 strizza l'occhio agli esteti anglofoni, amanti delle ricercatezze. Della potenza visionaria di Sergio Leone, però, dichiarato maestro di Baricco, è vano cercar traccia.