Barin e Raggi, faccia a faccia tra due maestri

Luciana Baldrighi

Due mostre e due architetti. Così Antonia Jannone chiude la stagione espositiva della sua galleria d’arte di Corso Garibaldi 125 con «Opere» di Andrea Barin e «20 racconti di architettura» di Franco Raggi. Entrambe le esposizioni chiuderanno il 20 luglio.
Come scrive Emma Gravagnuolo nel testo del catalogo che accompagna la mostra di Barin, «l’artista si muove in controtendenza. Discepolo ideale di quella scuola torinese che ha sempre difeso la grafica come arte alta e che ha annoverato tra le sue file maestri come Carlo Antonio Porporati, Agostino Lauro, Marcello Boglione, Francesco Franco e Mario Calandri...». Questo genere d’arte si sviluppa in un momento in cui la nuova figurazione, spinta dalle continue richieste del mercato, si dedica a produzioni sempre più numerose puntando sulla diffusione incontrollata dei prezzi, privilegiando le nuove tecnologie, i grandi formati, i soggetti accattivanti, alla moda o scandalistici a tutti i costi, mentre Andrea Barin ha scelto le sensazioni e i silenzi con un linguaggio molto vicino al disegno. Uno stile complesso per la natura stessa della grafica che porta a lavorare su formati che non possono essere ridotti.
Luci e ombre si alternano sullo «spazio bianco», spiegando «la passione per le cose semplici di Calandri, lo studio per la composizione di Sironi, il silenzio, la solitudine, quel minuzioso lavorìo sull’immagine di Ferroni e, soprattutto, l’attenzione al segno del maestro toscano, con cui condivide la stessa ricerca di scavo, meticoloso e ossessivo che ha contraddistinto tutta la sua opera». Ferroni diceva: «Io arrivo addirittura alla follia di voler spiegare puntino per puntino, microcosmo per microcosmo persino la polvere, che è importante quanto un universo».
Libri, tazze, barattoli, matite e mille oggetti sparpagliati sul tavolo di lavoro li possiamo trovare in «Nello studio II» del 2003, oppure una caffettiera aperta sui fornelli in «Quasi un rito» del 2004. E poi un letto singolo, una stanza, una sedia sulla quale sono appoggiate carte, fotografie e libri, proprio come faceva Van Gogh. Tutti oggetti che si affollano sul palcoscenico di un quadro che riprendono angoli di casa, frammenti di realtà mischiati alla fantasia dell’autore diventano quasi per gioco straordinarie vicende quotidiane.
Per quanto riguarda il lavoro di Raggi, architetto dello Studio Nizzoli e Associati, «Pensieri instabili» sono disegni e appunti di architettura dal 1974 ad oggi. Redattore di Casabella e progettista con Alessandro Mendini di una rivista mensile, «Modo», ha saputo introdurre il design come tema più allargato. I suoi cinquanta e più colloqui con architetti di fama internazionale come Frank Gehry, Rem Koolhaas, Raimund Abraham lo hanno stimolato nel raccogliere i «20 racconti di architettura», perché Raggi è sempre stato attratto dall’eleganza e professionalità di Franco Albini, dal simbolismo lirico di Aldo Rossi e dall’acre ma serena ironia di Ettore Sottsass.