Barista ucciso, ora l’accusa è di omicidio premeditato

Il pm non crede alla versione dell’albanese arrestato per il delitto

Federica Artina

da Milano

Omicidio premeditato. Sarebbe questa la condanna che il pm Tiziano Masini vorrebbe richiedere nei confronti di Vladimir Mnela, il ventunenne albanese che nella notte tra sabato e domenica ha ucciso Claudio Meggiorin. Il giudice non crede alla versione fornita agli inquirenti dal ragazzo, e presto il provvedimento potrebbe diventare esecutivo.
Ciò che appare alquanto singolare agli occhi degli inquirenti è che Vladimir abbia trovato l’arma del delitto «per caso», sotto il sedile dell’automobile della madre del suo complice, Fatjon. Ma perché la donna avrebbe dovuto tenere un pugnale dalla lama lunga trentasei centimetri in macchina? E perché Fatjon, che dice di essere «completamente estraneo all’omicidio», non ha almeno tentato di fermare l’amico? Una serie di dettagli non trascurabili che inducono gli inquirenti a seguire con sempre più convinzione la pista della premeditazione. Forse Vladimir quel coltello ce l’aveva con sé. Forse i due ragazzi dopo un primo battibecco con gli amici di Meggiorin all’interno del Bar Lory si sono allontanati per recuperare quella che sarebbe diventata l’arma del delitto.
La ricostruzione dei fatti è dunque l’elemento che presenta maggiori contraddizioni. Vladimir in sede di interrogatorio ha dichiarato: «Non ho capito cosa mi dicevano i ragazzi italiani, non parlo la vostra lingua. Ma ho colto in loro un tono aggressivo. Ho avuto paura e ho reagito». A quel punto probabilmente è scattata la reazione da parte dell’albanese, che ha estratto il coltello e ha colpito a morte Claudio.
Ma un ulteriore dubbio sulla dinamica degli eventi giunge anche dai risultati dell’autopsia effettuata sul corpo di Meggiorin: a provocare la morte del barista sono state due coltellate e non una soltanto, come invece continua a sostenere Mnela.
Intanto la tensione a Varese resta alta. Ieri sono stati scarcerati i due ultrà appartenenti al gruppo «blood & honour» che erano stati arrestati lunedì sera nel corso della marcia organizzata in memoria di Claudio. I riflettori restano puntati sulla Città Giardino e sul presunto razzismo dei suoi abitanti. «Varese non è razzista ma qualcuno fa di tutto per dimostrare il contrario» replicano all’unisono il sindaco Aldo Fumagalli e il presidente della provincia Marco Reguzzoni, ma il timore che possa scattare una ritorsione nei confronti degli extracomunitari è forte.
Resta ora da sperare che a dettare legge tra gli amici del ragazzo ucciso siano le parole dei genitori di Claudio, che hanno invocato la pace nel rispetto del loro dolore.