Barocco, romantico e «capriccioso» Uto Ughi accende il Carlo Felice

Uto Ughi fa il bis e raddoppia. In ricordo di Floriana. Carlo Felice felice davvero, lunedì sera, gremito come ormai raramente si vede, caldo, entusiasta, per l’inaugurazione «del secolo», la centesima stagione della Giovine Orchestra Genovese; e tanto di cappello (introduttivo) a Padre Semeria, che nel marzo del 1912 diede vita all’associazione.
Si apre così un cartellone fatto di eccellenze, di «prime volte» per Genova, di novità assolute per i giovani, abbassando la media anagrafica del pubblico della Gog e colorando così le (solite) teste grigie in platea. Ovazioni - come da copione per i «grandi» - acclamazioni, con un pensiero alla giovane Floriana, che tutti gli habitué del lunedì sera certo ricordano dietro il bancone, scomparsa prematuramente due anni fa; a lei la dedica di questi «cento» speciali. Bis, si diceva, con capricci «a singhiozzo»: un «collage» dei celebri pezzi paganiniani che sono di rigore, quando Ughi sale sul palcoscenico, eseguiti col suo piglio inconfondibile e che strappano immancabilmente gli applausi più convinti; degna chiusura della eterogenea serata a base di barocco, romanticismo e primo novecento, eseguito insieme al pianista, ormai immancabile al suo fianco, Alessandro Specchi. E poi raddoppio, con il concerto dedicato e suonato in carne ed ossa ai pazienti del Galliera, ieri mattina in corsia, nella cappella di Sant’Andrea. La musica entra così negli ospedali, altra tappa di un cammino che dal 2009 la Gog percorre in favore dei soggetti fragili della società: gli anziani, i bambini ammalati (previsti nel corso dell’anno, anche interventi musicali al Gaslini), i carcerati di Marassi e Pontedecimo. Perché la musica comunque aiuta e conforta: e da ben più di cento anni. La splendida Ciaccona di Tommaso Vitali ha aperto la serata, poi Beethoven, la tragica e intensa sonata per violino e pianoforte in do minore.
Seconda parte con il giro di boa del secolo (scorso), con un repertorio degli anni a cavallo tra otto e novecento: i «Quattro pezzi romantici per violino e pianoforte op. 75» di Antonin Dvorak, «di quelli che scatenano lo struggimento», come ha introdotto lo stesso Ughi e la «Suite Populaire Espagnole» di Manuel de Falla, con sei delle sette canzoni trascritte per violino (in origine erano sette per canto e pianoforte).
Suggello del programma, la celeberrima e sempre d’effetto «Tzigane» di Maurice Ravel, carica, energica, di quelle che trascinano, immancabilmente, il pubblico. «Mi piace Genova - si congeda davanti alla standing ovation l’artista - ma mi stupisce che non abbia un monumento dedicato al grande Paganini». Sarebbe d’obbligo, in effetti. E per i tanti affezionati, la provocazione è stato il pezzo forte della serata.