Il Barone, fuoriclasse sempre e comunque

Un'oro olimpico, il secondo posto ai Mondiali. Poi i quattro scudetti da giocatore con il Milan e i trionfi da allenatore. Senza perdere genio e ironia e senza mai essere ammonito

Milano - La Svezia, il Milan poi, da allenatore, la Roma. Questa la parabola nel calcio del Barone, campione di stile in campo e fuori, vincitore da giocatore dell’oro olimpico a Londra ’48 e di quattro scudetti negli anni ’50 con il Milan. Vice-campione del mondo nel 1958 con la Svezia, la sua immagine venne scelta per la copertina del primo album dei calciatori Panini, quello del campionato ’60-’61. Da allenatore diede al Milan lo scudetto della stella, nel 1979, e poi alla Roma il suo secondo, storico, tricolore, nel 1983. La delusione più grande arrivò l’anno dopo, quando la Roma perse ai rigori la Coppa Campioni con il Liverpool. Ma Liedholm sarà sempre ricordato per la sua classe, l’innata eleganza in campo e fuori, quel modo di fare che lo fece appunto diventare il Barone e che fece in modo di fargli chiudere la sua ventennale carriera di calciatore senza mai essere stato ammonito.

Il Gre-No-Li Aveva cominciato da bambino, alternando il pallone allo sci di fondo. Liedholm era conosciuto, e in fondo anche amato, anche per il gusto dell’iperbole e dei paragoni perlomeno arditi: divenne famoso per essere l’elemento fondamentale del Gre-No-Li, il trio con Nordahl e Gren, ma anche, quando poi fu tecnico, per aver fatto diventare Mandressi "l’erede di Rensenbrink", Tosetto "il Keegan della Brianza", il carneade Gaudino "il nuovo Nordhal", Valigi "il nuovo Falcao". Piccole perle di una carriera e di un humour inimitabili.

Milan e Roma Al Milan arrivò dopo i Giochi del ’48 su consiglio di Nordahl che con lui aveva giocato nel Norrkoepping e vinto due titoli svedesi. Conquistò subito San Siro, grazie al suo tocco di palla, quel suo giocare sempre a testa alta (tanti anni dopo si rivedrà in Antognoni), i suoi infallibili passaggi. Amava raccontare che la prima volta che ne sbagliò uno, dopo due anni, tutto il pubblico dello stadio milanese si alzò in piedi e lo applaudì. Giocò da centrocampista e poi un anno da libero vincendo in entrambi i ruoli. Ricreò questa mutazione tecnica in un altro dei calciatori in cui si rivide, quell’Agostino Di Bartolomei indimenticabile capitano di quella Roma che vinse grazie alla ragnatela inventata dallo svedese. Che pur vivendo per mezzo secolo nel suo paese d’adozione non era mai riuscito ad impararne bene la lingua.

Il vino e la buona tavola Il vecchio gentiluomo di Valdemarsvik, che continuava a fare da lontano il consulente della Roma (Ibrahimovic, ai tempi in cui giocava nel Malmoe, il suo ultimo consiglio al presidente Sensi, che purtroppo per la Roma non gli diede retta) se l’era cavata molto meglio come produttore di vino, imbottigliato nei suoi vigneti di Cuccaro, in Piemonte. Amava la buona tavola, Lidas, ed era più scaramantico di un napoletano. Aveva un mago di fiducia, che consultava prima di match importanti e dal quale portava i giocatori. Credeva nell’oroscopo e con una punta di civetteria faceva notare che molti grandi calciatori erano del segno della Bilancia (come lui) o comunque nati nel mese di ottobre, e faceva sempre quattro esempi: se stesso, Falcao (suo pupillo prediletto), Pelè e Maradona.