Il Barone Rosso che voleva purgare le Lettere

Asor Rosa sotto il fuoco dei colleghi critici per omissioni e faziosità della sua ultima <em>Storia della letteratura italiana</em>. Dal Pci ai girotondi &quot;verdi&quot; per la Val d'Ordia (dove possiede un casale), ecco chi è l'ultimo guru della sinistra marxista

In ossequio all’amato Boccaccio e alla morale del suo eroe più famoso, l’astuto Ser Ciappelletto che grazie al cinismo e alla retorica riesce a farsi passare per santo ingannando il confessore in punto di morte, Alberto Asor Rosa, l’ultimo marxista della storia letteraria universale, facendo leva sulla straordinaria capacità di mitizzare la propria figura e la militante abnegazione a scrivere di tutto su tutto attraverso otto secoli di Autori e Opere, ha persuaso per mezzo secolo l’intellighenzia italica del proprio indiscutibile ruolo di critico letterario. Fino a oggi. Il Barone rosso della critica è stata abbattuto.

Giorni fa Alfonso Berardinelli sul Sole24Ore ha stroncato, come da tempo non si stroncava qualcosa in Italia, sia l’Opera sia l’Autore. L’opera, ossia la Storia europea della letteratura italiana in tre volumi appena uscita da Einaudi, liquidata come superficiale, scolastica, enfatica; e l’autore, ossia il critico organico Alberto Asor Rosa, umiliato a semplice «organizzatore editoriale con ambizioni politiche». Che ha peraltro letto poco del Novecento. E Massimo Onofri, sulla Stampa, ha rincarato le dosi (parlando di debolezza di scrittura, mancanza di immaginazione, approssimazione otto-novecentesca) facendo godere come un pazzo Giuliano Ferrara sul Foglio di ieri: «La mia vita è improvvisamente rallegrata da belle, efficaci, brutali, seriali stroncature dell’ultima fatica critica di Asor Rosa, che lasciano la sua combriccola di amici (Scalfari) con un palmo di naso». La stessa combriccola che Alberto Asor Rosa, con imparzialità accademica e sincera ammirazione, ha celebrato nel proprio pantheon letterario nella sezione dedicata a «I grandi giornalisti» (nel terzo volume): dai vecchi maestri Eugenio Scalfari e Giorgio Bocca alle giovani promesse Giuseppe D’Avanzo e Mario Calabresi, solo accidentalmente tutte penne del giro Espresso-Repubblica. Il duro mestiere del critico.

Abituato da rigoroso uomo di scienza a confrontarsi dialetticamente con tesi e opinioni diverse dalle proprie - nel biglietto di invito alla sua ultima lezione universitaria, nel 2003, auspicò la presenza «soltanto di coloro il cui rapporto con il Soggetto in uscita sia inattaccabile» - c’è da supporre che l’ex Barone Rampante non cederà neppure questa volta alla tentazione di rispondere ai suoi critici. Incasserà con la stessa disinvoltura con la quale nella sua Storia - solo per stare al capitolo novecentesco - ha incluso o escluso, salvato o dannato: Calvino, Camilleri, Mazzucco (!), Scalfari («un caso abbastanza raro di alta coscienza civile intrecciata a una forte dimensione intellettuale e immaginativa») fra i primi; Silone, Delfini, Pasolini (!), Landolfi fra i secondi. Non c’è asor senza spine.

Ex direttore di Rinascita, ex deputato del Partito comunista (dal quale uscì nel 1956 per i fatti di Ungheria e nel quale rientrò nel 1972 per i fatti suoi), ex gran consigliori dei vertici di Capalbio e Botteghe Oscure, ex amico di Massimo Cacciari, ex diessino transfuga dal partito per la posizione astensionista assunta sull’Irak, forse è vero che in realtà Asor Rosa - autentico pontefice della sinistra marxista - più che dalla Letteratura è sempre stato affascinato dal Potere. Ha insegnato una vita nell’Università italiana, la stessa che nella lezione d’addio ha definito con elegante riconoscenza «la peggiore dell’emisfero occidentale», ma per tutta la carriera ha provato a dare esami di politica, senza mai laurearsi. Prima da comunista non togliattiano, poi da operaista con Toni Negri, quindi come ideologo di Occhetto, dopo come consigliere di D’Alema, infine come consulente di Cofferati. Tutta gente che ascoltava quello che diceva il Professore per poi decidere esattamente il contrario. Il difficile mestiere dell’intellettuale.

L’ultima stagione del «chierico traditore» è stata quella dei girotondi verdi: a capo di una grande chiesa che parte da Oliviero Toscani e arriva fino a Lorenzo Cherubini passando per Ermete Realacci e Andrea De Carlo, di recente si è impegnato in una peraltro meritevole battaglia in difesa del patrimonio paesaggistico. Che ha l’unica pecca di cominciare da Monticchiello in Val d’Orcia, dove solo accidentalmente l’illustre italianista possiede un casale a rischio di svalutazione. Per molto meno - il caso dei lavavetri multati dalla giunta di sinistra del Comune di Firenze - nel 2007 con una lettera aperta al Corriere della sera si dimise dal ruolo di intellettuale di sinistra. Rimanendo però pervicacemente attaccato al vizio delle crociate ideologiche, come quando lo scorso anno sul Manifesto scrisse che «Il terzo governo Berlusconi rappresenta senza ombra di dubbio il punto più basso nella storia d’Italia dall’Unità in poi. Più del fascismo? Inclino a pensarlo». Allora fu l’intera sinistra a dimettersi in massa dalla lezione del Professore. Gad Lerner, dal canto suo, l’aveva già bocciato dandogli dell’antisemita in diretta televisiva nel 2003 per le affermazioni sulla «razza» ebraica contenute nel saggio su La guerra firmato dall’eminente critico romano in tweed e kefiah.

Condannato per privilegio del doppio cognome a scivolare sull’onomastica (la cultura italiana tramanda da decenni l’impietosa gaffe di Giulio Einaudi alla presentazione della monumentale Letteratura italiana diretta da Alberto Asor Rosé) l’italianista palindromo ha sempre amato giocare con le parole. Dall’alto dei suoi anni e dal basso dei suoi lapsus nominis capaci di confondere Malaparte con Maltese per il solo fatto di chiamarsi entrambi Curzio, può permettersi di continuare a distribuire aggettivi, giudizi, sentenze. Tanto, come già canzonava anni e anni fa un grandissimo critico militante - lui sì - come Carlo Muscetta «una nuova malattia/ è l’asor-rosolia/ Fa solo un po’ arrossire/ Ma se ne può guarire».

Per il resto c’è da ritenere che esaurita l’onda polemica del giochino giornalistico dei promossi e bocciati, il mondo culturale dimenticherà presto l’ultimo impegno letterario del professor Asor Rosa. Più di quello politico? Siamo inclini a pensarlo.