Barzellette esaurite: Eco dà la colpa a Silvio

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Nella rubrica sull’<em>Espresso</em> lo scrittore accusa Berlusconi: &quot;Ha reso indecoroso raccontare le storielle&quot;. Ma la tesi spericolato dello studioso e romanziere fa solo ridere
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Dicono gli oppositori che Silvio Berlusconi abbia rimbecillito (usiamo la versione light) gli italiani, e in quanto imbecille avrei poco da replicare. Ma ho la sensazione che il fenomeno interessi più gli oppositori stessi che la restante parte del Paese e, a rafforzare questa impressione, arriva l’ultima «Bustina di Minerva» di Umberto Eco, dove si sostiene che se in Italia non si raccontano più barzellette «la colpa è di Berlusconi»...

Eco è uno studioso di valore e un romanziere di successo che si sta avviando a una carriera di umorista involontario. Non tanto tempo fa se ne uscì dichiarando, con tanto di erre moscia incorporata, che quelli come lui passavano la sera leggendo Kant (in lingua originale, va da sé), laddove la turpe Italia del Cavaliere perdeva tempo organizzando partouzes e la cosa lasciò perplessi tutti noi ammiratori di Schopenhauer. Adesso, l’assassinio della barzelletta a opera del Cavaliere nero getta nello sconforto non solo i lettori della Settimana enigmistica, ma tutti gli esegeti, attivi e passivi, di La sai l’ultima?.

Da dove Eco abbia avuto notizia del crimine, non è dato sapere. Sull’Espresso, dove la «Bustina di Minerva» è ospitata, l’autore di Il nome della rosa dà elementi certi, ma senza certificazione: «È da almeno due anni - sostiene - che non ci sono più barzellette nuove», e non gli faremo il torto di sostenere che, appena l’altro ieri, nostro cognato ce ne ha raccontata una che sino al giorno prima ignoravamo... Era nuova, era vecchia, abbiamo un cognato arretrato, un cognato all’avanguardia, o più semplicemente un cognato falsario? Come vedete, c’è materia per un romanzo di Eco, sul genere di Il cimitero di Praga...

Dice ancora l’illustre studioso che anche nei bar la barzelletta è desaparecida: «Coloro che arrivano alla sera al bar annunciando “sentite l’ultima” ora arrivano e alla domanda se abbiano l’ultima, scuotono tristemente il capo». Pare di vedere Eco che da corso Magenta al Lorenteggio batte i bar milanesi (e poi vola a Torino, e poi si fionda su Roma...) e quando «alla sera» non li trova chiusi, come è la norma, interroga gli avventori: «Davvero vi si è inaridita la fonte, davvero non si ride più?».

È di questi giorni l’uscita di un film, Bar sport, ispirato all’omonimo libro di Stefano Benni, l’elogio di un mondo scomparso, quando ancora il teleschermo non la faceva da padrone. Va da sé che anche qui la colpa è del Berlusca, ma bisogna che gli oppositori si mettano d’accordo: per Eco, come si è visto, i bar esistono eccome, visto che è lì che si è imbattuto nell’assassinio della barzelletta; per Benni è un fenomeno estinto e, come dice L’Espresso nello stesso numero che ospita la rubrica di Eco, quel «luogo simbolo è stato rimpiazzato dalla tv. Privandoci della sua creativa spontaneità». Ma se si parlassero, fra chi fa il giornale e chi ci collabora?
Eco ha comunque ancora due assi nella manica. Uno è la «vox populi», di cui dev’essere l’azionista di riferimento: parla a lui e solo a lui e gli assicura che è Berlusconi ad aver «reso indecorosa l’abitudine di raccontar barzellette». Quel nostro cognato, che ha la suoneria del cellulare che trilla Bandiera rossa, si dev’essere distratto, oppure, come accadeva ai tempi di Stalin, è un controrivoluzionario che si ignora.

L’altro asso dell’uomo che sussurrava Kant ai cavalli è di natura «squisitamente estetica», ovvero Berlusconi non sa raccontare le barzellette, «le racconta male». Umberto Eco nei panni di un redivivo Carlo Dapporto, fa parte di quell’umorismo involontario già accennato. Semiologo, teologo, epistemologo, filosofo e ora barzellettiere, per di più dal volto umano. Le barzellette spinte, chiosa sapiente, «un gentiluomo non dovrebbe mai spiegarle». Il cerchio si chiude e non ci resta che piangere.