BARZELLETTE DI GOVERNO

Caro presidente Prodi, siamo entrambi consci che tra lei e me non intercorrono buone comunicazioni. Da Telekom Serbia in avanti ci divide un problema di linea e non solo politica: quando capita di incontrarci, lei reclama le mie scuse perché sul Giornale il suo nome fu accostato a un’operazione che fece perdere all’azienda telefonica oltre 400 miliardi di lire, io invece aspetto ancora che ci spieghi perché, pur essendo all’epoca inquilino di Palazzo Chigi, fu così distratto da non accorgersi che la più grande azienda statale italiana stava finanziando il dittatore Slobodan Milosevic. Ma stia tranquillo, non è per rivangare vecchie storie che le scrivo. La mia lettera è solo una modesta preghiera. Mi dicono che da qualche tempo s’è messo a raccontare barzellette, l’ultima sulla Rai. Anche in passato lei si dimostrò uomo di spirito, riferendo la storiella della seduta spiritica mentre poliziotti e carabinieri cercavano la prigione di Aldo Moro. E ricordo che non tutti apprezzarono lo humor nero di quel piattino che danzava attorno alla vita del leader dc. Ma ormai anche questa vicenda è passata e noi dobbiamo pensare a oggi. Visto che nel pomeriggio lei deve rispondere in Senato sul caso Telecom, non vorrei che con qualche barzelletta si ficcasse di nuovo nei guai. Dia retta a me: se sull'affare dei telefoni lei tiene la linea che ha preso in questi giorni, le riappendono la cornetta appena apre bocca. La storiella che quel pistolone di Angelo Rovati, una sera, siccome non riusciva ad addormentarsi, invece di contare le pecorelle si è messo a contare i debiti di Telecom, non fa ridere. Le pare che un neosposino come Angelone la sera non trovi niente di meglio di cui occuparsi che scrivere su carta intestata di Palazzo Chigi venti pagine con grafici e istogrammi su come fare a pezzi l’industria telefonica nazionale con i soldi della Cassa depositi e prestiti, ossia dei pensionati? D’accordo che dalle sue parti, a Scandiano, a sentirla ridono tutti, ma il resto degli italiani no. Anzi ora che Padoa Scoppiato minaccia di tassarli ancor di più, c’è il rischio che gli italiani s’incazzino di brutto. Lei è bravo, e tra un bofonchio e l'altro, in passato è riuscito a fargli credere tutto, anche di aver risanato l’Iri e perfino di avergli fatto fare Bingo con l’ingresso nell'Euro. Ma, vede, questo caso è diverso. Stavolta gli italiani hanno capito che lei pensa più a fare sante alleanze bancarie e a brigare con telefoni e televisioni che a guidare il Paese. So anche che qui non c’è nulla da guidare, perché al volante siete in metà di mille e ognuno vuole svoltare più a sinistra dell’altro. E comprendo pure che la storia delle intercettazioni, che bolliva in pentola da un anno ma il cui coperchio guarda caso è saltato proprio quando quel villanzone di Tronchetti Provera la stava accusando, è un polverone provvidenziale. Tavaroli e soci non hanno intercettato nessuno, ma giocavano a fare gli spioni copiando numeri di telefoni e pedinando gente su commissione credendosi tanti Philip Marlowe. Ma si sa: la nebbia agli irti colli sale. Stavolta, però, caro presidente, temo che la foschia non sarà sufficiente a nascondere i suoi strambi piani per farsi un’Iri tutta sua. Capisco che un uomo senza partito e senza parte aspiri a farsi almeno una banca, un’azienda e anche qualche giornale e tv. Ma i suoi alleati non glielo permetteranno. In fondo, per molto meno, un tizio sotto la Quercia che voleva farsi un’assicurazione con annesso sportello s’è spezzato come un grissino.