«Ma alla base c’è sempre un guaio vero dell’atleta»

Fabrizio Borra, forlivese, massofisioterapista, specialista di posturologia, uno dei massimi esperti a livello europeo di biomeccanica (la scienza che studia il movimento con lo scopo di migliorare l'ergonometria del mezzo tecnico). Per i ciclisti è un guru, per il campione del mondo di F1, Fernando Alonso, è ormai l’inseparabile amico e fisioterapista.
Il caso Lorenzo che cosa le dice?
«Non l’ha fatto per migliorarsi. Aveva un problema. Seguo un collega di Lorenzo, Dovizioso: stessa storia».
Che problema hanno?
«Soprattutto dolore. Si chiama sindrome compartimentale: il muscolo, sollecitato, si contrae e s’accorcia, allargandosi, andando a comprimersi contro la guaina che lo avvolge. A quel punto s’infiamma. Per cui bisogna tagliare un poco la guaina, per dargli più spazio».
Anni fa il bisturi si usava solo dopo gli infortuni.
«Le sollecitazioni erano diverse».
In F1 ci sono casi simili?
«Sì, in passato sono stati fatti degli interventi sul muscolo tibiale anteriore: quello del piede sotto stress perché deve accelerare».
E gli apparecchi per i denti che i ciclisti usano per pedalare meglio?
«Sono fiorite molte leggende. Alcune alimentate da certi dentisti. È vero, però, che nel ciclismo conta molto l’equilibrio posturale. Perché ci sono i punti fissi: piedi, sellino, mani. Se ho una postura in rotazione ma corro a piedi, non cambia nulla; se sono in rotazione in bici, devo trovare un compromesso e così una gamba spinge meno. Quando si calpesta una pietra i recettori nel piede dicono al cervello di sgravare il peso. A furia di compensazioni, uno rende meno».
E gli occhi?
«Deve esserci convergenza. Se il muscolo retto dell’occhio tira a destra, non me ne accorgo ma avrò tensioni muscolari che complicano la mia prestazione».
Piccoli Frankenstein crescono? Ma dove arriveremo?
«No, anzi. Gli atleti sono dei privilegiati controllati a 360 gradi. Se potessimo far lo stesso con valutazioni preventive anche nelle scuole, sa quante patologie ben più gravi potremmo prevenire? Una marea».