"La base è più coesa, i dirigenti si adeguino"

Roma - Senatore Schifani, in queste settimane i partiti del centrodestra sembrano andare ognuno per la sua strada. Eppure il 68,8% dei vostri elettori dice «si» a un partito unico o a una federazione. Cosa significa?
«Che la base avverte in maniera significativa una forte esigenza di aggregazione. Ormai l’elettorato è tendenzialmente bipolare: o è sulle posizioni dei Popolari europei o su quelle del Pse. E quindi chiede chiarezza».
Una richiesta sui cui può aver influito anche il processo costituente del Pd?
«È probabile che abbia rafforzato la spinta dal basso del nostro elettorato. Anche se quella di Ds e Margherita è un’operazione a freddo e calata dall’alto, dove si uniscono storie e tradizioni diverse e distanti. Penso a laici e cattolici, a nostalgici del comunismo e riformisti. Non a caso ancora non sanno se il Pd aderirà al Pse o all’Eldr. I partiti del centrodestra, invece, hanno un elettorato più omogeneo e che condivide le stesse idee».
Anche se proprio in questi giorni nel centrodestra sembra esserci una sorta di liberi tutti...
«Purtroppo nel nostro Paese continua a prevalere la logica del partitismo, del modello proporzionale come coefficiente aritmetico che ti procura quel mezzo punto percentuale in più. E in nome di questo l’Udc si distingue o la Lega si perde in eccessivi protagonismi. Con il risultato che si perde di vista il progetto unitario. Va detto, però, che come accadde al centrosinistra dopo il 2001, dopo ogni sconfitta elettorale c’è una fase di disarticolazione dell’alleanza che però può anche preludere a processi di aggregazione più forti. Insomma, se oggi prevale la tattica, resto convinto che la strategia continui a essere quella dell’unità».
Il 52% degli intervistati ritengono positivo che la Lega faccia parte del progetto unitario e per il 57,6% sarebbe auspicabile che partecipasse anche l’Udc. Due partiti che però si sono già chiamati fuori.
«Con la Lega abbiamo lavorato cinque anni al governo attuando riforme importanti, dalla Bossi-Fini a quella delle pensioni. Altri alleati, invece, hanno avuto un comportamento più ondivago. Detto questo, mi pare che la base dimostri una coesione di veduta che la classe dirigente non sempre coglie».
Il processo unitario sembra essere in «stand by». Quando crede che potrà riprendere?
«L’appuntamento che può cambiare la politica italiana è il referendum. Se si riesce senza pasticci a modificare la legge elettorale in Parlamento, allora non escludo una federazione del centrodestra, in particolare tra Forza Italia e An anche se non abbandono la speranza che ne possa far parte anche l’Udc che in Europa siede insieme a noi nel Ppe. Se si arriva al referendum, invece, credo che l’aggregazione bipartitica sarà favorita».
Tempi lunghi, insomma.
«Guardi, finché non ci sarà la certezza che il referendum verrà evitato ognuno continuerà ad andare per la sua strada».