Base Usa, a sinistra firme contro Prodi

"Fermiamo il premier": un gruppo permanente di 120 parlamentari contro il sì alla nuova base. Pronti ad aderire deputati e senatori Ds, Verdi, Pdci e Prc

Roma - Quella che all’inizio pareva essere una netta ma pur sempre doverosa presa di distanze si va via via trasformando in un vero e proprio scontro all’arma bianca. «Politica creativa», la potrebbero chiamare i detrattori delle finanziarie firmate da Giulio Tremonti. Con il Parlamento che mette sotto accusa il governo, parte della maggioranza che minaccia di costituirsi in Comitato permanente contro la decisione di Romano Prodi di dare il via libera all’ampliamento della base americana di Vicenza e membri dell’esecutivo che promettono battaglia. Su tutti Paolo Cento, verde e movimentista doc, uno che non ha mai smesso di professarsi de lotta e de governo neanche quando è entrato in quel di via XX settembre. «Utilizzeremo tutti gli strumenti della battaglia politica e della mobilitazione sociale per fermare questa decisione», annuncia ai microfoni di Radio Radicale il sottosegretario all’Economia. Che manda al premier un messaggio sibillino: «Ci sono tutte le condizioni per riaprire la questione, sarà tutto da vedere se la base verrà allargata...».
Già, perché al di là della presa di posizione di Cento, della contrarietà del ministro Alfonso Pecoraro Scanio e delle «macroscopiche perplessità» del suo collega Alessandro Bianchi e di una lunga schiera di membri dell’esecutivo, sulla decisione del governo pesa un’assemblea convocata per martedì sera alla Camera da un nutrito gruppo di parlamentari del centrosinistra (Ds, Pdci, Verdi e Prc). Una riunione, spiega la verde Luana Zanella, che «se i fatti non dovessero cambiare» potrebbe dare il via «alla costituzione di un vero e proprio Comitato» che possa «continuare la battaglia». E le adesioni, assicura l’esponente di Rifondazione Elettra Deiana, «toccheranno quota 120 tra deputati e senatori» che - questa una delle ipotesi prese in considerazione nelle ultime ore - potrebbero anche autosospendersi dai loro partiti. Nell’immediato, l’obiettivo è quello di preparare un’interrogazione da presentare al question time di Camera e Senato per chiedere risposte al governo. «Prodi - insiste Deiana - deve venire in Aula a darci spiegazioni sul perché si è stati così superficiali su un tema tanto delicato. Il governo gioca a imbrogliarci, non è vero che era stato preso un impegno dal precedente esecutivo». «L’approssimazione, se non la superficialità, con cui il governo ha deciso di non opporsi è insopportabile», gli fa eco Zanella. Che attacca il premier: «Prodi deve rispondere di un metodo inaccettabile che ci lascia sbigottiti».
Mentre la sinistra radicale si mobilita ed Enrico Letta fa da ambasciatore incontrando a Palazzo Chigi i rappresentanti vicentini dei Comitati per il no («il governo farà del suo meglio per ridurre il disagio per la popolazione»), la partita si sposta lentamente da Vicenza a Kabul. Perché, spiega il leader del Pdci Oliviero Diliberto, è ovvio che la scelta di dare il via libera all’ampliamento della base americana «creerà qualche difficoltà alla politica estera italiana». Così, dopo aver inghiottito l’amaro boccone di Vicenza la sinistra dell’Unione chiede un vertice di maggioranza per ridiscutere la missione afghana. Una riunione, per usare le parole del segretario di Rifondazione Franco Giordano, dalla quale deve emergere un «segno di forte discontinuità». Nessuno parla esplicitamente di fare i bagagli e di lasciare Kabul, ma quando il ministro del Prc Paolo Ferrero dice che bisogna trovare il modo di «uscire dal mandato» i riformisti della coalizione non possono che tornare con la mente allo psicodramma della scorsa estate, con i senatori dissidenti che dissero sì al finanziamento della missione solo costretti dal voto di fiducia. Una patata bollente della quale dovrà ancora una volta occuparsi in prima persona Prodi, al quale Pecoraro Scanio chiede di formulare «una proposta pacifista». Con l’altolà preventivo di Diliberto, che già mette le mani avanti nel caso in cui qualcuno nella maggioranza stia pensando di far passare il decreto con i voti del centrodestra. Se così fosse, spiega il leader del Pdci, «saremmo di fronte a un cambio di maggioranza con tutte le conseguenze che questo avrebbe sul governo».
I malumori, dunque, sembrano aver raggiunto il livello di guardia. Al punto che la Velina rossa di Pasquale Laurito - seppure affrontando il nodo del congresso dei Ds in programma ad aprile - arriva per la prima volta a evocare la possibilità di «un rimpasto».