Base Usa, sinistra in piazza: ministri in rivolta, tutti contro Prodi

Parlamentari di Pdci, Prc e Verdi alla manifestazione davanti alla Camera per bloccare l'ampliamento. E i manifestanti li contestano. I ministri Ferrero, Pecoraro Scanio e Mussi avvertono: la faccenda non è chiusa

da Roma

«Non li mettiamo i caschi?», chiede un celerino al collega impegnato a scrivere un sms. «Ma no, tranquillo - replica l’altro, senza alzare gli occhi dal telefonino - hai visto la piazza? È vuota. È tutta una roba in famiglia». In effetti il poliziotto di guardia alle transenne di fronte a palazzo Chigi ha centrato il punto. Un po’ perché al sit-in contro la base Usa a Vicenza, nella vicina piazza Montecitorio, ci saranno sì e no cento persone, probabilmente meno dei poliziotti mobilitati per l’occasione. Un po’ perché, ad acuire la sensazione della «crisi in famiglia», c’è un particolare non trascurabile: a contestare il governo Prodi ci sono anche un po’ di parlamentari della maggioranza che lo sostiene. A loro volta più o meno contestati dai manifestanti, in una sorta di schizofrenica catena di accuse a ritroso.
Insieme alle bandiere «No Dal Molin» della delegazione contro la base Usa giunta da Vicenza, mischiati tra i vessilli rossi dei Cobas di Piero Bernocchi, nascosti tra studenti e militanti, ecco l’europarlamentare del Pdci Marco Rizzo (criticato per presunto filoamericanismo e per aver partecipato a «Porta a Porta») e un gruppetto del Prc formato da Lidia Menapace, Elettra Deiana e Giovanni Russo Spena (c’è anche l’ex Marco Ferrando, ora con il Partito comunista dei lavoratori). Clima tranquillo, ma non senza spunti polemici. «Che ci fanno qui gli esponenti della cosiddetta sinistra radicale che sostiene il governo filoamericano di Prodi?», domanda ad alta voce uno dei manifestanti a pochi metri dal «sound system» piazzato sul tetto di un’utilitaria. Altri invitano ad abbassare le «bandiere di chi sta con questo esecutivo». La Menapace butta lì un tentativo di conciliazione: «Siamo i più fedeli alleati di Prodi - abbozza - ma nel programma questo insediamento militare non c’è. Facciamo una lotta per un movimento che di politico ha poco». Non sembra convinta la base movimentista mobilitata contro la base Usa. Cosa c’è di più politico della minaccia di stracciare 23mila tessere elettorali per «togliere» simbolicamente la risicata maggioranza che ha permesso a Prodi di vincere le elezioni? Perplesso verso l’ala sinistra della maggioranza è anche il vicentino barbuto che si piazza davanti a Rizzo e gli dice: «Che intenzioni avete? Quelli del tuo partito a Vicenza si chiedono che cosa fare». L’europarlamentare replica: «Intanto io sono qui. Stiamo lavorando per una soluzione». L’altro ride, sarcastico, poi ribatte: «State lavorando, sì, ma per restare al governo. Invece voi con noi avevate un impegno». «Sono qui per questo», insiste l’esponente comunista, conciliante. «Bah, lo vedremo», taglia corto il suo interlocutore, dandogli le spalle e allontanandosi.
Russo Spena dà un colpo al cerchio, stemperando le polemiche sul voto per la missione in Afghanistan e negando che il rifinanziamento possa diventare «merce di scambio» per trattare su Ederle, e uno alla botte, smontando l’«irrevocabilità» della decisione di Prodi: «Lo dice perché è incerto sul da farsi, secondo me ci sono margini per far cambiare idea al governo». È in ottima compagnia. La pensa come lui il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero, che ha messo nero su bianco la sua «netta» contrarietà all’ampliamento della base, esprimendo - come da incarico ricoperto - «solidarietà» ai manifestanti, e suggerendo il referendum. Il governativo «club del no» include anche Fabio Mussi e Alfonso Pecoraro Scanio. Il diessino titolare dell’Università non crede alla parola di Prodi e ritiene il via libera agli Usa ancora revocabile: «La scelta merita qualche ulteriore riflessione». Per il leader del Correntone la discussione è «aperta»: «A Vicenza tutto il centrosinistra ha una posizione di radicale contrarietà, bisognerà dialogarci». Anche il ministro dell’Ambiente, Pecoraro Scanio, accantona le ansie per gli eventi climatici mondiali per occuparsi del maltempo interno alla coalizione, insistendo col titolare del Viminale, Giuliano Amato, perché spinga sulla via referendaria. E mentre i manifestanti lasciano la piazza (prossimo rendez-vous il 17 febbraio a Vicenza), l’«offensiva» contro il placet prodiano all’ampliamento della base resta nelle mani del manipolo di esponenti dell’esecutivo. Dettaglio che non sfugge al capogruppo della Rosa nel pugno a Montecitorio, Roberto Villetti. Che accusa Ds e Margherita per l’assenza di reazioni: «Lasciano in mano a Prodi una patata assai bollente».