Base di Vicenza, Prodi cade per la prima volta Berlusconi: "Si dimetta"

Il ministro Parisi dice sì alla base Usa, la Cdl con una mozione lo sostiene e l'Unione, spiazzata, va sotto al Senato. Il capo dello Stato chiede immediatamente un colloquio: potrebbe imporgli di presentarsi alle Camere per la fiducia. Fassino: "Abbiamo pagato un prezzo a Pdci, Prc e Verdi". Berlusconi attacca: "Il premier si dimetta"

Roma - «Ascoltate le comunicazioni del ministro della Difesa, il Senato le approva». E così è andata, il Senato ha effettivamente approvato le comunicazioni di Parisi sull’allargamento della base di Vicenza. L’aspetto surreale della più schizofrenica giornata della maggioranza di Romano Prodi è che ad approvarle è stata l’opposizione di centrodestra, con una manciata di dissidenti dell’Ulivo. E con l’Unione che votava contro. Il colpo di scena di ieri mattina a Palazzo Madama ha fatto scoppiare la mina della politica estera, mandando in tilt l’Unione, esasperando il conflitto tra moderati e sinistra alternativa, costringendo il capo dello Stato a scendere in campo per sollecitare un immediato chiarimento dentro la maggioranza. Preferibilmente in Parlamento, anche se per ora Prodi si è impegnato solo a convocare un vertice del centrosinistra. Ieri mattina al Senato Parisi ha ribadito le ragioni del sì del governo agli Usa su Vicenza. Poi è arrivato il momento del voto delle risoluzioni sul tema, e l’Unione non aveva un proprio documento: insuperabile il niet della sinistra su Vicenza. In extremis si è cercato un faticoso compromesso («ridicolo », secondo i sostenitori del ministro della Difesa),unordine del giorno che si limitava a «prendere atto» di quanto affermato da Parisi. La capogruppo dell’Ulivo Anna Finocchiaro era convinta che la maggioranza avrebbe tenuto, ma proprio dalle fila del suo gruppo sono sbucati i dissidenti: quando si è trattato di votare l’ordine del giorno della Lega che approvava le comunicazioni del governo, il governo ha dato parere contrario ma il dl Natale D’Amico ha votato a favore, gli ulivisti Angius, Brutti, Bodini e Fisichella si sono astenuti, altri sei sono usciti dall’aula: Dini, Bordon, Manzione, Manzella, Mazzariello e Zavoli. Risultato: il testo della Cdl è stato approvato.
Le dietrologie sui dissidenti ulivisti sono partite immediatamente. «Settori di centro dell'Unione puntano a condizionare il governo Prodi», denuncia il segretario Prc Giordano, indicando «Confindustria, gerarchia ecclesiastica e poteri extranazionali» come mandanti, «con l’obiettivo di arrivare al superamento del governo». Di certo nel voto di ieri si è scaricata l’insofferenza ormai a livelli di guardia di unaparte dell’Ulivoperi continui e a volte surreali compromessi al ribasso cui governo e maggioranza si piegano per i veti della sinistra radicale. «Come avrei potuto spiegare che dovevo votare contro l'approvazione delle comunicazioni del governo, per tenere insieme la maggioranza?», si chiede il dl Manzione. Il commento di Parisi è duro: «Paradossale: l'unica cosa chesi possa dire è che è necessario unc hiarimento profondo». Un messaggio rivolto innanzitutto a Prodi, esubito riecheggiato: da Fassino, chedenuncia:«Oggi abbiamo pagato un prezzo a Pdci, Prc e Verdi. Ma non possiamo farcene carico sempre ».«C’è un problema politico dentro la maggioranza, che va chiarito perché siamo alla vigilia di scelte rilevanti, come l’Afghanistan», dice il dalemiano Latorre. Già, l’Afghanistan:dopo il voto di ieri, i senatori della sinistra radicale contrari al rinnovo della missione hanno fatto sapere che, dopo «l’agguato» dell’Ulivo, ora si sentono liberi di votare come vogliono. E il rischio, denunciato da D’Alema (che si è detto pronto a dimettersi se si verificasse) e paventato dal Quirinale, quello di una maggioranza non autosufficiente sulla politica estera, si è fatto molto concreto.«È chiaro che a questo punto la nostra valutazione di merito prevarrà sulle necessità di quadro politico», dice il verde Cento. Insomma «ci terremo la libertà di voto sull’Afghanistan». Ma Fassino avverte: «Quando si voterà sulla missione, tutte le forze di maggioranza devono farsi carico della coesione e della solidarietà». Sembra il preannuncio di un voto di fiducia, che come spiega Latorre «metta la sinistra davanti al prendere o lasciare: o votate con noi, o vi assumete la responsabilità di far cadere il governo ». E ieri sera circolava l’ipotesi (smentita a Palazzo Chigi, ma che vedrebbe favorevole oltre al Colle anche D’Alema e Parisi) di un possibile anticipo del voto sull’Afghanistan: fine febbraio anziché fine marzo, per arrivare prima possibile allo show down nell’Unione.