Basilicata: mazzette per estrarre il petrolio

Coinvolti nell’inchiesta condotta dal pm Woodcock anche il numero uno
di Total Italia, un imprenditore locale e un sindaco

Roma - È la storia di un appalto truccato, uno tra tanti, si potrà pensare. Ma la gara riguarda l’affare dell’oro nero della Basilicata, la gestione di una piattaforma in una terra di cui si sta scoprendo il valore del petrolio. Nei guai ci sono un deputato (del Pd) e una notissima azienda del settore, la Total Italia. Il pm è un magistrato che ha fatto tanto parlare di sé per le sue inchieste spericolate, Henry John Woodcock da Potenza. Uno dei poliziotti in campo è nientemeno che il Capitano Ultimo, alla guida dei carabinieri del Noe, l’uomo-leggenda che ha arrestato Totò Riina.

Ecco perché una truffa qualsiasi diventa un caso da prima pagina: potere e petrolio, mazzette e buste scambiate. Una storia di regali e soldi per aggiudicarsi gli appalti collegati al sito Tempa Rossa, lo sviluppo di un giacimento lucano con la messa in produzione di cinque pozzi, la costruzione di un centro trattamento oli e lo scavo di una serie di condotte interrate. Il maxi-progetto della Val d’Agri di cui è concessionaria Total Italia e che qualcuno, secondo l’accusa, voleva pilotare. Le tangenti nere del petrolio.

Sono dieci le ordinanze di custodia cautelare firmate dal gip di Potenza Rocco Pavese su richiesta del pm Woodcock: sei arresti in carcere e quattro domiciliari. Manette ai polsi per l’amministratore delegato di Total Italia, il francese Lionel Levha. Richiesta di domiciliari, invece, per il deputato del Partito democratico Salvatore Margiotta, vicepresidente della commissione Ambiente della Camera. L’autorizzazione a procedere è arrivata a Montecitorio, alla giunta parlamentare guidata da Pierluigi Castagnetti. Margiotta si è per ora sospeso dal partito: «Provo stupore e amarezza enormi. Più grande la certezza di non aver commesso alcun reato». Oltre all’ad Levha, sono finiti in carcere il responsabile Total del progetto Tempa Rossa, Jean Paul Juguet, e Roberto Pasi, responsabile dell’ufficio di rappresentanza della Basilicata.

Secondo l’accusa di Woodcock, Total aveva organizzato un’alleanza con una cordata locale guidata dall’imprenditore Francesco Rocco Ferrara (anch’egli in carcere) per concedere lo sfruttamento dei giacimenti in cambio di una garanzia da 15 milioni di euro: le aziende del gruppo Ferrara si sarebbero rifornite per cinque anni solo di carburanti e oli della Total. È finito dietro le sbarre anche il sindaco di Gorgoglione, Ignazio Giovanni Tornetta: gli viene contestato di essere stato l’intermediario tra la Total e la cordata designata per vincere l’appalto. Per questo suo «lavoro» avrebbe ottenuto soldi e regali.

All’onorevole Margiotta, l’imprenditore Ferrara avrebbe invece promesso 200mila euro per il suo interessamento. Tra i reati contestati agli arrestati c’è anche l’associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e alla turbativa d’asta. I protagonisti di questa vicenda avrebbero costituito un «comitato d’affari» che «ha svenduto la terra di Basilicata.

«Cambiate la busta». Secondo un’intercettazione telefonica di una comunicazione tra l’ad Levha e il suo uomo a Potenza, Roberto Pasi, e poi con il collaboratore Roberto Francini, vi sarebbe stata una truffa studiata nei minimi dettagli per alterare l’esito della gara sulla gestione del progetto Tempa Rossa. Levha fa sapere a Francini: «La busta D (della gara, ndr) dì che la cambino». «Ma chiaramente», risponde Francini. «Quindi - insiste Levha - bisogna in effetti che tu abbia accesso alla chiave e alla cassaforte, me ne occupo».
E in una conversazione successiva l’amministratore delegato conclude con Pasi: «Quando si arriva a far vincere Ferrara, è vinta». Una frase che a parere dell’accusa indica «inequivocabilmente» un’alleanza sporca tra la Total e Ferrara.

Giunta per le autorizzazioni decide oggi su Margiotta. Il deputato del Pd viene citato più volte da uno degli arrestati come politico che potrebbe fare dei favori. L’indagine ha poi documentato un incontro avvenuto tra Margiotta e uno dei protagonisti dell’inchiesta. Un colloquio durato circa quindici minuti e rilevato da un pedinamento. I 200mila euro che l’onorevole avrebbe dovuto ritirare come «compenso», compaiono però in una intercettazione (che non lo riguarda), ma solo come promessa. Per ora «manca un riscontro», dicono dalla giunta. Per questo «chiederemo altre carte ai magistrati», chiarisce il deputato del Pdl Nino Lo Presti. Più scontata la difesa del Pd. Nessuno fra i veltroniani si azzarda a inserire Margiotta e l’oro della Basilicata nella «questione morale» esplosa dopo le indagini di Napoli, Firenze e Pescara: «Ipotesi di reato sfumate», giudica un altro componente della giunta, Pierluigi Mantini. Margiotta è invece scaricato dall’Italia dei Valori: «È da tempo che chiedevamo chiarezza sulle estrazioni petrolifere della Basilicata», ha rivendicato il capogruppo dipietrista al Senato Felice Belisario.